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Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha indicato il senatore Alessio Butti come sottosegretario alla Transizione digitale. Cinquantotto anni, nato a Como, eletto al Senato nel 2006, nel 2008 e nel 2022 con una parentesi alla Camera tra il 2018 e il 2022, è stato prima nel Movimento Sociale Italiano, poi in Alleanza Nazionale, successivamente nel Popolo della Libertà, infine in Fratelli d’Italia, di cui è responsabile media e telecomunicazioni.

La sua parola chiave nel mondo digitale è sovranità. L’ha spiegato in una recente intervista a Formiche.net, prima delle elezioni. Ecco cos’ha detto sui diversi temi.

QUALE MODELLO PER IL CLOUD ITALIANO?

“Sul Cloud esistono in Italia piccole imprese che operano con eccellenza. Potevamo dar loro l’opportunità del Pnrr per sostenerle nell’acquisto di tecnologie da integrare con i loro asset. Il ministro Colao sa, ad esempio, che gli operatori di tlc, che lui conosce bene avendone guidato uno tra i più grandi, non sono proprietari di tecnologie di rete o del mobile. Eppure offrono servizi di prima classe. Lo stesso vale per il cloud e noi avremmo dovuto pensare alle Pmi italiane. Non a caso Francia e Germania hanno fatto scelte molto diverse da noi. Quanto ai data center, per rispondere all’altro quesito della sua domanda, la loro presenza su territorio italiano non garantisce alcunché, se la proprietà del data center è straniera.

Nel caso delle società americane di cloud (e nel Polo Strategico Nazionale dovrebbero figurare Google, Microsoft e Oracle) i dati personali degli italiani che saranno da loro ospitati sono sottoposti alla giurisdizione del Cloud Act americano, con violazione della nostra sovranità, con il nostro ordinamento che non può opporsi in alcun modo alle richieste degli apparati di sicurezza stranieri. In questi casi, infine, quando si tratta di soldi pubblici, dovremmo stare attenti a pensare alle nostre imprese invece di far crescere il Pil degli altri, con soldi che peraltro dovremo restituire con gli interessi”.

LA RETE UNICA

“Siamo per un modello di rete pubblica, unica e wholesale only. Ed è una soluzione ben diversa da quella che è in discussione tra Tim e Cassa Depositi e Prestiti, che prevede lo scorporo della rete e la sua acquisizione da parte di Cdp, che ingloberebbe nel progetto le strutture di Open Fiber. Una soluzione il cui unico scopo sembra essere quello di strapagare con decine di miliardi una rete che vale ben poco, essendo in massima parte fatta di rame. Al contrario, il Progetto Minerva prevede, attraverso una serie di passaggi mirati, una “nuova Tim” che a quel punto sarà una società della rete, pubblica, unica e wholesale only, quotata in Borsa e con un titolo che riceverà a mio parere una spinta propulsiva senza precedenti. Il tutto senza perdere un solo occupato e con Cdp che invece di spendere ingiustificatamente decine di miliardi di euro si ritrova anche euro in più”.

IL FUTURO DEL 5G

“È scattato un muro contro muro che ha affossato il 5G. Si è fermata la corsa tecnologica internazionale, si sono fermate le cooperazioni tra università e ricercatori dei vari Paesi. Molte parti del mondo hanno fermato le macchine sul 5G, che vuol dire innanzitutto internet industriale ovvero Industry 4.0. Vedremo che contraccolpi ci saranno su industrie grandi e piccole. Ne va della crescita economica e dell’occupazione e l’Italia deve riflettere su un tema così complesso. Al contrario vedo che altri Paesi europei continuano a cooperare e fare affari commerciali con la Cina e mi pare che lo stesso vale per molte società americane. Ripeto, il tema non è ideologico e va affrontato con la ricerca delle reciproche convenienze, guardando innanzitutto agli interessi dell’Italia”.

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