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Il clamoroso flop dei cinque quesiti referendari è stato un successo della democrazia rappresentativa introdotta dai Costituenti. In particolare il meccanismo dell’art. 75 ha svolto il suo compito e, avendo votato solo il 40% degli aventi diritto, ognuno dei cinque questi è stato bocciato. Purtroppo la cultura profonda del Paese non è di tipo sperimentale, per cui in questi giorni successivi i fautori dei quesiti non riflettono sul risultato di quanto avvenuto e si lanciano imperterriti in ragionamenti estranei alla logica rappresentativa sperimentata.

Il più noto di questi fautori – il presidente dl Comitato del Sì , l’ex magistrato Carlo Nordio, personaggio non banale con lunga pratica nel settore – è stato quello che ha focalizzato le posizioni con estrema chiarezza in un’intervista al Giornale di martedì 14 giugno. “Se in grandi città come Palermo e Genova vota meno della metà dei cittadini per la scelta del sindaco, questo vuol dire che si affidano, per disinteresse o pigrizia, al voto altrui. E come è legittima la loro nomina, altrettanto è significativa, benché senza quorum, la conta dei voti del referendum”.

Ora, pur mantenendo la pacatezza richiesta dall’argomento, non si può tuttavia nascondere che in tale dichiarazione ci sono almeno due aspetti insostenibili nel fare una oggettiva valutazione della materia. Uno è il paragone tra la partecipazione nelle elezioni ordinarie e quella nel voto nei referendum abrogativi. L’altro è l’equiparare nei referendum abrogativi, la questione del rispetto del quorum al dare valore al conteggio dei Sì e dei No tra i voti espressi. Ambedue tali aspetti non sono problemi dottrinali ma toccano questioni cardine per comprendere i modi del libero convivere quotidiano.

Quanto alla partecipazione, essa riveste un ruolo differente, nel caso dei referendum abrogativi e in quello dell’elezione dei sindaci. Nel primo caso, il quorum è una scelta decisiva di politica civile che sottolinea il ruolo parlamentare: la norma esistente votata dal Parlamento può essere cancellata solo se ha partecipato al voto il 50%+1 degli aventi diritto, vale a dire di tutti i cittadini a prescindere di come la pensino o di come si comportino. Nel secondo caso, si distingue tra i Comuni con popolazione fino a 15.000 abitanti e sopra. Fino a 15.000, viene eletto il candidato che ha preso più voti e sopra quello che supera i 50% al primo turno oppure , se non ce ne sono, quello che prevale al ballottaggio.

In ciascuno di questi due casi, alla fine non è determinante per l’elezione che un candidato riporti un numero di voti prefissato, dal momento che gli elettori possono votare nell’urna oppure decidere a piacimento di non farlo (non si dimentichi che la Costituzione auspica il voto, ma non stabilisce alcun sanzione per chi non rispetta l’auspicio). Insomma, fare della partecipazione al voto il fulcro della democrazia è un errore concettuale gravissimo (specie per chi si dice liberale). Della partecipazione va tenuto conto in quanto significativa manifestazione nella democrazia, ma il votare nell’urna non la misura perché della democrazia fanno parte tutti i cittadini, che votino nell’urna oppure no e per qualunque motivo facciano la scelta. Dirimente è la libertà di poter votare.

Poi c’è l’aspetto del dare valore al conteggio dei Sì e dei No tra i voti espressi. Tale conteggio ha senso solo se riferito alla pura statistica. Attribuirgli un peso politico (la vera volontà popolare al di là dei formalismi giuridici) equivale ad imboccare la strada del volere la democrazia diretta. Vengono considerati non tutti i cittadini ma fatti prevalere solo quelli più attivi e più compatti (ad esempio, con tale criterio il 12 giugno sarebbero stati approvati tutti e cinque i quesiti). Ciò vuol dire rifiutare i meccanismi con cui si formano le decisioni della democrazia rappresentativa, e invece privilegiare in ogni caso le aggregazioni rispetto al confronto sulle proposte riferito all’insieme dei cittadini. Cosa che confligge con l’esperienza secolare, che ha mostrato il carattere della democrazia diretta: illudere con le promesse ma non costruire.

Le tesi di Nordio, al di là della maggior cautela, equivalgono a quelle dei fautori del Sì, che danno la colpa del flop dei referendum alla mancanza del traino di altre elezioni contemporanee. Anche qui un ragionamento non corrispondente alla realtà. Perché nei comuni ove ci sono state le amministrative, l’affluenza ai referendum è stata sì superiore al 20% ma comunque assai inferiore al quorum del 50%+1 poiché dal 5% all’8% degli elettori ha comunque rifiutato le schede referendarie.

Il flop referendario del 12 giugno dovrebbe far riflettere sul come sia sterile continuare a pensare di migliorare le condizioni della nostra società sognando scorciatoie rapide e risolutive all’insegna demagogica. Quanto prima ci si renderà conto – a cominciare da chi opera nei mezzi di comunicazione – che la vita democratica richiede tempo e fatica, si fonda sullo sperimentare e di conseguenza su continui cambiamenti, meglio sarà. I protagonisti sono i cittadini diversi che usano lo strumento del dibattito politico rappresentativo per soppesare le rispettive proposte al fine di continuare a migliorare la convivenza, come hanno fatto fino ad oggi seppur con tanti limiti.

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