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Ieri sera una densa colonna di fumo usciva da uno degli edifici della prigione di Evin di Teheran, in Iran, struttura in cui sono imprigionati oppositori politici, giornalisti e cittadini stranieri. Centinaia di persone arrestate dalla polizia durante le manifestazioni, ha scritto la Bbc, si trovano in quel carcere. L’italiana Alessia Piperno, detenuta nel carcere di Evin, sta bene, ha reso noto il ministero degli Esteri.

Nei video circolati sui social si sentono colpi che sembrano spari ed esplosioni. La situazione è stata riportata sotto controllo già nella serata di sabato, hanno detto le autorità iraniane. Ma, secondo diversi testimoni, la situazione è tutt’altro che risolta. Secondo la magistratura iraniana nell’incendio di Evin ci sarebbe stati 4 morti e 61 prigionieri feriti.

Ancora sconosciute le cause dell’incendio. Secondo l’Irna, agenzia di stampa del regime, un gruppo di detenuti aveva dato fuoco a un deposito di vestiti dentro il carcere. Ma non si può escludere un’altra ipotesi: che i fatti siano legati alle manifestazioni antigovernative che nelle ultime settimane stanno interessando il Paese.

“A partire dalle proteste del dicembre del 2017, considerate per estensione e coinvolgimento dei più importanti centri urbani iraniani le più rilevanti dai tempi del Movimento Verde del 2009, possiamo identificare alcuni tratti distintivi delle recenti proteste che stanno attraversando l’Iran”, spiega Matteo Bressan, docente della Sioi e analista della Nato Defense College Foundation, a Formiche.net. “Non vi è dubbio che l’impegno militare in Siria, Libano e Yemen stimato dall’International Institute for Strategic Studies sui 16 miliardi di dollari, insieme alla pandemia e alle ormai improbabili prospettive per la ricostituzione del Jcpoa, costituisca un forte terreno di malcontento soprattutto per quella generazione di iraniani che non hanno vissuto direttamente né la rivoluzione del 1979 né la cosiddetta ‘guerra imposta’ con l’Iraq. Su questa generazione, preoccupata dalle prospettive economiche dell’Iran, così come per gli elementi più dinamici della società iraniana, la narrativa ufficiale ha ben poca presa. Tuttavia, per comprendere la reale portata degli eventi delle ultime settimane, innescate dalla morte di Mahsa Amini, si dovrà comprendere l’eventuale estensione della protesa, la tenuta degli apparati di sicurezza e in particolar modo la postura delle forze armate, l’Artesh. Gli accostamenti con il 1979 sembrano inappropriati, per via della molteplicità della composizione delle forze politiche e sociali che si opponevano a Mohammad Reza Pahlavi e di cui il clero sciita rappresentava una parte, ma non la più importante, delle proteste. Inoltre, l’apparente dimensione acefala della protesta, rende prematura qualsiasi valutazione sul possibile ruolo delle due forze di opposizione alla Repubblica Islamica dell’Iran presenti all’estero e rappresentate da Reza Ciro Pahlavi e dai Mujaheddin del popolo”, conclude Bressan.

“Non è una protesta, è l’inizio della rivoluzione contro il regime degli ayatollah”. “Limitare le manifestazioni a una richiesta di più diritti per le donne è sbagliato”. Sono le voci che Formiche.net ha raccolto dai parenti che vivono in Italia di alcune persone che da settimane sfidano le forze di sicurezza iraniane per protestare per la morte di Mahsa Amini, morta secondo le autorità di Teheran per malattia e non per le percosse ricevute durante il fermo della polizia religiosa che l’ha picchiata perché non indossava correttamente il velo.

La reazione del regime è stata “classica”: accusare un fantomatico nemico esterno. L’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, ha accusato Stati Uniti e Israele di fomentare le proteste. Il presidente Ebrahim Raisi ha lanciato accuse simili. Come raccontato su Formiche.net, il problema è interno e riguarda il futuro della collettività iraniana: quei giovani non si accontenteranno in fretta, e non è chiaro per quanto tempo ancora sarà possibile reprimerli.

Lezioni dalle rivoluzioni passate. Le proteste in Iran secondo Bressan

“Per comprendere la reale portata degli eventi delle ultime settimane, innescate dalla morte di Mahsa Amini, si dovrà comprendere l’eventuale estensione della protesta, la tenuta degli apparati di sicurezza e in particolar modo la postura delle forze armate”, spiega a Formiche.net Matteo Bressan, docente della Sioi e analista della Nato Defense College Foundation

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