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La relazione tra Stati Uniti e Cina, la più importante del mondo a livello geopolitico, è caratterizzata da una forte sfiducia tra le parti che si traduce in sempre minori contatti bilaterali a livello governativo. La Cina, dal canto suo, è convinta che gli Stati Uniti vogliano contenerla, mentre gli americani temono che i cinesi abbiano intenzioni espansionistiche su larga scala.

Alcuni importanti fattori esogeni che coincidono oggi con le principali crisi globali – la pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, i cambiamenti climatici – stanno provocando un aumento delle tensioni e alimentando il rapporto di sfiducia tra i due protagonisti dello scacchiere internazionale. La politica interna di entrambi i Paesi, infatti, tende sempre più ad alimentare l’antagonismo reciproco.

Allo stesso tempo c’è tuttavia un forte, persistente e crescente grado di interdipendenza economica tra Pechino e Washington che mantiene la loro relazione pienamente funzionale. Infatti, se da una parte è vero che tra i due si verifica un decoupling strategico, è vero anche che questo avviene solo nei comparti attinenti la sicurezza nazionale.

Entrambe le parti sono del tutto consapevoli che ogni passo verso effettive ostilità porterebbe a una distruzione reciproca (e globale). La strategia statunitense su Taiwan segue e continuerà a seguire quella che viene chiamata “ambiguità strategica”, come chiarito esplicitamente da Biden nell’agosto passato. Non va rintracciato alcun intento strategico diverso nella visita di Nancy Pelosi a Taiwan, nei commenti di Biden o nell’accordo sulle armi.

Sul tema, le relazioni tra Stati Uniti e Taiwan si stanno intensificando per ragioni di politica interna con entrambe le parti che sembrano voler fare a gara nel sottolineare l’aggressività della Cina. Questo determina un chiaro inasprimento delle tensioni sino-americane ed è un trend destinato a intensificarsi qualora i repubblicani dovessero conquistare la Camera dei rappresentanti alle midterm di novembre (come è probabile) e se dovessero avere successo anche alle presidenziali del 2024.

Da un punto di vista strategico e nel confronto con la Cina, per gli Stati Uniti è importante il rapporto con i Paesi asiatici e quelli dell’indo-pacifico che non hanno alcun interesse a una Guerra fredda tra le due superpotenze. Da un lato, gli Stati insulari dell’area temono l’ascesa della Cina e sono strategicamente allineati a Washington sulle questioni di sicurezza. Dall’altro, hanno con Pechino legami economici molto stretti che intendono salvaguardare e far crescere nel tempo.

A mio avviso, l’ambivalenza di questi Paesi avrà una funzione importante per stabilizzare la relazione tra Stati Uniti e Cina. I Paesi asiatici, dal canto loro, si trovano invece nel mezzo di un gioco di equilibri che non potrà che acuirsi. Si pensi all’India: Nuova Delhi condivide con Washington una forte preoccupazione in merito all’influenza crescente di Pechino che si riflette nell’adesione al Quad.

Allo stesso tempo, a livello geopolitico, gli indiani sono molto più allineati con la Cina che con gli Stati Uniti, condividendo punti di vista su questioni come i cambiamenti climatici, il commercio e la tecnologia. In questo contesto nei rapporti tra Cina, Stati Uniti e occidente in generale, un elemento da aggiungere è senz’altro la Russia di Vladimir Putin.

Pechino è molto più potente di Mosca praticamente sotto tutti i punti di vista, questo è tanto più vero dopo l’invasione dell’Ucraina che ha portato la Russia a essere un paria in seno al G7 come l’Iran. Tuttavia, anche prima della guerra, la Russia non è mai stata un Paese così influente a livello globale, né in termini di soft power né di potenza economica, elementi necessari per agire come rule maker o standard setter.

Fattori che invece hanno portato la Cina ad assumere un ruolo sempre più rilevante nello scacchiere internazionale. Mentre Pechino acquista molta energia e altre materie prime dalla Russia, fa molta attenzione a non infrangere le sanzioni occidentali o a non fornire armi a Mosca (a differenza di quanto fanno Iran e Corea del Nord).

Come si evince, la professata “amicizia senza limiti” tra Russia e Cina è in realtà un rapporto senza molti vantaggi per Mosca, perché la Cina, in ultima istanza, è molto più interessata alle relazioni economiche che intrattiene con i Paesi membri del G7 che all’affinità ideologica.

Il Congresso di Xi e lo spettro del decoupling Usa-Cina. Scrive Bremmer

Di Ian Bremmer

Entrambe le parti sono pienamente consapevoli che ogni passo verso effettive ostilità porterebbe a una distruzione reciproca (e globale). La strategia statunitense su Taiwan continuerà a seguire quella che viene chiamata “ambiguità strategica”, nonostante le relazioni americane con l’isola si stiano intensificando. L’analisi di Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group

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