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La saga dell’acquisizione della piattaforma social Twitter da parte del vulcanico imprenditore sudafricano Elon Musk è finalmente arrivata a una conclusione il 28 ottobre. Iniziata ad aprile scorso, la mossa di mercato è stata celebrata dallo stesso numero uno di Tesla e SpaceX con un tweet che recitava “the bird is freed”. Ma libero da che cosa, esattamente? Ciò che possiamo affermare con discreta certezza è che il social media dei cinguettii di domani avrà volto e sostanza diversi rispetto a quelli a cui eravamo abituati fino a ieri.

Tra proposte di sottoscrizioni a pagamento e il fascino del modello cinese di WeChat, lo spirito di iniziativa e l’intraprendenza di certo non mancano a Musk. Nelle prime ora da amministratore si è preoccupato di licenziare diverse figure di spicco tra cui Vijaya Gadd, ex capo della divisione legal policy, trust and safety. Il dipartimento contava diversi progetti di ricerca e attività in essere che verranno giocoforza sospesi o cancellati, questione che non è stata digerita troppo volentieri dai dipendenti impiegati nell’area. Affidabilità e sicurezza del network che da tempo sono un tema particolarmente sentito dall’imprenditore, come esplicitato nuovamente sul suo account Twitter proprio il giorno precedente all’acquisizione.

Al di là delle nobili dichiarazioni di intenti, le chiavi di volta pensate per la piattaforma del futuro dal punto di vista tecnico e di approccio all’integrità sono diverse, a cominciare dalle attività malevole di manipolazione delle conversazioni online. Uno dei temi caldi della trattativa portata avanti tra l’ex numero uno Parag Agrawal e Musk era legato proprio alla presenza degli account automatizzati (o bot) sulla piattaforma. Fin dalle prime battute, l’amministratore delegato di Tesla ha giurato guerra a questo tipo di attività a scopo malevolo o di spam, nonostante il social media sia già sensibile all’argomento e si sia impegnato nell’arginare il fenomeno a partire dal 2018 con risultati altalenanti.

C’è da dire che negli ultimi anni le tecniche di influenza sul dibattito pubblico online si sono evolute, diversificate e rese decisamente più sofisticate, soprattutto quando si tratta di propaganda o di hate speech. Gli account che condividono contenuti a scopo malevolo strutturano la propria presenza online per mesi o anni, spacciandosi per utenti legittimi salvo poi partecipare ad attività di amplificazione coordinata di hashtag, articoli, vignette o meme in maniera puntuale. Lo scopo rimane quello di gonfiare artificialmente il dibattito attorno a una posizione politica, cercando di intercettare e coinvolgere più pubblico possibile. Un altro trend in voga è quello di registrare molteplici account marionetta (sockpuppet), dei veri e propri profili usa e getta controllati da un solo individuo e sfruttati per portare tra gli argomenti di tendenza un certo hashtag per il tempo necessario prima di essere sospesi dal social network.

E se Musk vuole veramente regalare agli utenti “una piazza digitale comune”, un altro punto debole riguarda la moderazione dei discorsi d’odio e discriminatori che proliferano in alcuni gruppi di nicchia. Un esempio in Italia arriva dalla comunità dei Mattonisti, utenti antisistema di estrema destra contraddistinti dall’emoji del mattone che strutturano la propria presenza in rete in maniera simile all’alt-right di stampo americano con caratteristiche comunicative assimilabili, meme e insulti discriminatori inclusi. La difficoltà nel regolare questo tipo di conversazioni risiede in primis nelle competenze linguistiche, di analisi simbolica e di conoscenza del contesto politico-sociale di riferimento per poter decodificare il messaggio; in secundis nella capacità di interpretare le sfumature di significato (compresi i toni ironici) di una grande quantità di conversazioni, attività che non può essere espletata tramite automazione e che necessita di investimenti in termini di personale e competenze.

Senza dimenticare un’idea piuttosto dibattuta portata avanti dal neo numero uno, quella di intervenire sull’algoritmo che regola la distribuzione dei contenuti. Uno degli obiettivi di Musk è combattere l’effetto clickbait che negli ultimi anni ha imbrigliato le testate giornalistiche e i produttori di news online, impegnati più a intrattenere il pubblico che a operare efficacemente il servizio pubblico. Ma se questa è la direzione in cui si vuole andare, la nuova proposta di dare la possibilità agli utenti di agire su diverse leve che regolano il proprio feed di Twitter, ottenendo così un’esperienza di navigazione su misura, sembra piuttosto contraddittoria. Il rischio concreto è che le newsroom finiscano per microtargettizzare i propri contenuti e che gli utenti perdano di vista i temi rilevanti nel dibattito pubblico, aumentando l’effetto cassa di risonanza che naturalmente gli ambienti digitali possiedono.

Infine, restando in tema di algoritmo, un altro rumor circolato dalle parti di San Francisco si lega alla possibilità di rendere accessibile quello di Twitter al pubblico per aumentare la trasparenza del social network. Una proposta che rischia di essere inefficiente almeno sotto due punti di vista. Per prima cosa, rendere disponibile un algoritmo non significa renderlo comprensibile all’utente medio, che non possiede le capacità tecniche per poterlo interpretare. In seconda battuta, aprire la gabbia delle logiche che governano la piattaforma ha dei rischi concreti in termini di sfruttamento della stessa, autorizzando chi ha le competenze informatiche giuste a farne uso per scopi malevoli.

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