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Anche i vaccini finiscono nel tritacarne della guerra russa in Ucraina. C’è una data da segnare in calendario: 12 giugno. È il giorno fissato per la riunione dell’Organizzazione mondiale del Commercio che dovrà decidere sulla sospensione parziale dei brevetti per i vaccini anti Covid-19.

La strada sembrava spianata: il 16 marzo un’intesa tra Stati Uniti, Ue, India e Sud Africa, dopo un anno di discussioni, ha aperto alla deroga che dovrebbe permettere ai produttori nazionali di realizzare vaccini senza ottenere il previo assenso del titolare del brevetto per un periodo tra i 3 e i 5 anni. È un passaggio epocale, che suscita opposte reazioni.

Da una parte l’industria, a partire dalle multinazionali americane, per niente convinta di cedere la proprietà intellettuale alla concorrenza, sia pure per una buona causa. Dall’altra le ong internazionali e i Paesi in via di sviluppo, uno più ingombrante degli altri, l’India, che hanno bisogno della ricetta per produrre vaccini a prezzi inferiori del mercato occidentale.

La guerra rischia però di azzoppare il processo. Serve infatti l’assenso di tutti e 164 Stati membri, l’unanimità, perché l’accordo vada in porto. E l’isolamento internazionale che all’Onu e non solo ha reso la Russia uno stato paria dopo l’invasione dell’Ucraina ha rattizzato i carboni.

A riconoscerlo di recente la stessa Segretaria generale dell’Omc, Okonjo-Iweala: “La guerra ha introdotto tensioni che rendono più difficile il lavoro”. Sulla strada verso il via libera però non si staglia solo la lobby dei vaccini made in Usa – il Ceo di Pfizer, Albert Bourla, ha definito la sospensione dei brevetti “una follia”. C’è anche un fronte compatto di repubblicani al Congresso americano che avverte il presidente Joe Biden: votare a favore dell’intesa significa regalare alle rivali Cina e Russia il più grande segreto dell’industria americana. Una lettera di 51 parlamentari dell’Elefantino ha chiesto all’inquilino dello Studio Ovale di fermare l’accordo. Questione di sicurezza nazionale: Mosca e Pechino avrebbero accesso diretto alla tecnologia mRna che ha fatto di multinazionali come Moderna e Pfizer la prima fila della risposta mondiale alla pandemia.

A lanciare di nuovo l’allarme con un editoriale sul New York Post è l’ex sottosegretario di Donald Trump per la proprietà intellettuale Andrei Iancu. Se l’intesa dovesse prendere forma “gli Stati Uniti concederanno unilateralmente uno degli ultimi vantaggi economici rimasti”, scrive, “l’innovazione americana finirà nelle mani dei nostri principali avversari oltreoceano senza alcuna compensazione”. Preoccupazioni già espresse in una lettera inviata il 23 marzo alla Segretaria al Commercio Gina Raimondo dai senatori repubblicani Thom Tillis, Tom Cotton e Marsha Blackburn. “Mosca e Pechino investono ampiamente nel mondo in via di sviluppo, in cerca sia di ritorni monetari che di favori geopolitici – recita un passaggio – qualsiasi struttura loro finanzino che possegga proprietà intellettuale americana, non c’è dubbio, gliela cederà. In breve, un’esenzione sulla proprietà intellettuale sarebbe un insensato regalo ai nostri avversari”.

La resistenza inizia a farsi strada anche dentro l’amministrazione Biden. In una visita a Ginevra di metà maggio, la vice rappresentante del Commercio Maria Pagan ha calato il sipario sulla possibilità di rilasciare i brevetti anche ai cinesi: “La seconda più grande economia al mondo, che vanta i vaccini per il Covid e la tecnologia mRna, non ha bisogno del brevetto”, ha detto a Bloomberg.

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