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Capace come pochi di toccare le corde di tutte le sfaccettature dell’amore e della vita, del disincanto e delle fragilità umane, Gino Paoli era già da un decennio destinato a restare uno dei pilastri assoluti della canzone d’autore italiana.

Simbolo per eccellenza della “scuola genovese”, insieme a Fabrizio De André, Luigi Tenco e Bruno Lauzi, Paoli ha scandito con le sue canzoni la storia del Paese, trasfigurando l’evanescenza delle canzonette nella metamorfosi di un impegno canoro pop profondamente intimista e personale, culturalmente all’avanguardia.

Di origini umili, arriva alla musica attraverso una serie di lavori comuni – facchino, grafico, pittore – e si impone progressivamente nei locali del capoluogo ligure, con uno stile destinato a trasformare il panorama e il mercato della canzone.

Come per Fabrizio De André con “La canzone di Marinella”, anche per Paoli la svolta della travolgente popolarità arriva nel 1960 con un suo brano inciso da Mina, “Il cielo in una stanza”. Un brano che fa sempre e comunque venire i brividi anche alle persone più ciniche, anaffettive e patologicamente narcisiste.

Sono gli anni di successi intramontabili come “Senza fine”, arrangiata da Ennio Morricone, “Sapore di sale” e “La gatta”. Canzoni che diventano la colonna sonora sentimentale di un’Italia alle soglie del boom economico e alla scoperta della verve sentimentale e intimista giovanile dell’exploit del ’68.

Cantautore riservato e insieme straordinariamente popolare, Paoli cavalca i tempi tornando ciclicamente al centro della scena.

Dagli anni Ottanta in poi conosce una seconda giovinezza artistica, con album che lo restituiscono a un pubblico trasversale e successi generazionali come “Che cosa c’è”, “Averti addosso” e “Quattro amici al bar”, che fissano in musica l’emozione dell’innamoramento e il racconto dell’amicizia e del passare del tempo.

Un passare del tempo nella storia della musica italiana che per Gino Paoli sarà davvero senza fine.

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