Skip to main content

Il Myanmar si avvia a consolidare il dominio della giunta militare attraverso un processo elettorale che osservatori internazionali e Nazioni Unite descrivono come privo di legittimità. Le elezioni, articolate in tre fasi e giunte alla tornata finale di voto, rappresentano per il regime un tentativo di conferire una parvenza di credibilità civile a un potere conquistato con il colpo di Stato del 2021, che rovesciò il governo democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi.

Il voto si svolge in un contesto definito dall’Onu come caratterizzato da “paura, violenza e repressione di massa”. I principali leader dell’opposizione sono in carcere, i partiti pro-democrazia sono stati sciolti e una nuova legge sulla “protezione elettorale” viene utilizzata per arrestare chi contesta il processo. In questo quadro, l’esito appare scontato: la vittoria di un partito sostenuto dall’esercito. Secondo analisti citati dal Financial Times, le elezioni rientrano in una più ampia “roadmap” volta a realizzare una transizione controllata, in linea con la Costituzione del 2008 redatta dai militari. Il nuovo parlamento eleggerà un collegio elettorale incaricato di scegliere il presidente, ruolo che potrebbe essere assunto dall’attuale capo della giunta, il generale Min Aung Hlaing. In tal caso, il generale dovrebbe formalmente lasciare l’incarico militare, ma è atteso che affidi il controllo delle forze armate a una figura a lui fedele. Il principale beneficiario politico del processo è la Union Solidarity and Development Party, formazione allineata alla giunta e in testa dopo la seconda fase di voto. L’affluenza dichiarata dal regime nella prima fase si è fermata al 52%, mentre l’Onu ha segnalato casi di coercizione degli elettori.

Un ruolo centrale in questa operazione è svolto dalla Cina, principale sostenitore internazionale della giunta. Pechino ha sollecitato lo svolgimento delle elezioni, vedendole come uno strumento per ristabilire una forma di stabilità lungo i 2.100 chilometri di confine condiviso e per creare un contesto più prevedibile per gli investimenti cinesi. Secondo esperti dell’International Institute for Strategic Studies, il sostegno cinese deriva dall’assenza di alternative credibili in grado di mantenere l’unità del Paese.

Negli ultimi mesi, l’appoggio di Pechino si è rivelato decisivo nel rafforzamento della posizione militare della giunta, che ha recuperato parte del territorio perso durante la guerra civile. La Cina, che in una fase iniziale aveva anche sostenuto gruppi ribelli, ha progressivamente modificato il proprio approccio, puntando su un governo civile di facciata come opzione più prevedibile rispetto a un vuoto di potere.

Il Myanmar resta tuttavia un Paese devastato dal conflitto. Migliaia di persone sono state uccise, l’economia è in grave difficoltà e l’inflazione ha sfiorato il 30% lo scorso anno. Le sanzioni imposte da Stati Uniti, Regno Unito e altri Paesi occidentali hanno spinto molte aziende straniere a sospendere o abbandonare gli investimenti.

Nonostante le elezioni, gli analisti ritengono improbabile una normalizzazione dei rapporti con l’Occidente. Al contrario, India e alcuni Paesi del Sud-est asiatico potrebbero mostrare una maggiore disponibilità a interagire con un nuovo governo. Secondo diversi osservatori, il Myanmar potrebbe entrare in una fase di “instabilità gestita”, in cui il conflitto prosegue senza però degenerare in una crisi regionale.

Per la comunità internazionale, le elezioni non rappresentano un passo verso la democrazia. Come ha affermato l’inviato speciale dell’Onu per i diritti umani in Myanmar, si tratta di una “messa in scena” progettata per ingannare l’opinione pubblica globale e rafforzare il controllo di un regime militare sempre più isolato, ma sostenuto da Pechino.

Pechino e i generali conducono il Myanmar alle elezioni (controllate)

Le urne non chiudono la guerra civile in Myanmar ma aprono una fase di instabilità gestita, in cui il conflitto continua a bassa intensità. Mentre l’Occidente resta distante, i Paesi vicini e la Cina osservano il nuovo assetto come un compromesso funzionale

Cosa rivela lo sfogo di Zelensky sull'Ue. La lettura di Cazzola

Il duro intervento di Volodymyr Zelensky a Davos riapre il nodo delle responsabilità europee nel sostegno all’Ucraina. Tra aiuti economici rilevanti e limiti strutturali sul piano militare e politico, l’Unione mostra tutte le sue contraddizioni: divisa, prudente fino all’inerzia e incapace di colmare il vuoto lasciato da un’America sempre più incerta. Il rischio è quello di un’Europa ridotta a una nuova Società delle Nazioni. Il commento di Giuliano Cazzola

Chi sono i “pessimi maestri”, testimonial referendari. Il ritratto liberale di Sterpa

Di Alessandro Sterpa

Per alcuni la battaglia referendaria non è fatta di milioni di persone che si informano e decidono, ma dall’uso di testimonial ossia di figure tanto lontane dal tema della organizzazione della giustizia quanto popolari e ritenute in grado di influenzare il voto: pessimi maestri. In genere nati tra il 1950 e il 1960. L’eterogenesi dei fini: prima in piazza per il cambiamento, ora fiancheggiatori della conservazione. E se il referendum ci regalasse, come nel 1974 e nel 1981, il ritratto di un Paese più libero di quello che una parte della sua élite si ostina a ritenere e a cui farebbe comodo che fosse così? L’opinione di Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore dell’Università della Tuscia

Tecnologia e nuove sovranità, come cambia il diritto internazionale

Di Fabio Bassan

Il 29 e 30 gennaio Roma Tre ospita un convegno internazionale sul diritto internazionale e transnazionale nell’era dell’ibridazione. Al centro il ruolo della tecnologia, che ridefinisce poteri pubblici e privati e i rapporti tra Stati, imprese e individui. Fra democrazia, diritti, sicurezza, mercati e sostenibilità. L’obiettivo è individuare nuovi strumenti giuridici per governare il cambiamento tecnologico nel rispetto dei diritti e della pace. Il commento di Bassan, professore di Diritto dell’Unione Europea

Cosa aspettarsi dal MI6 di Metreweli? Gli scenari di Lucas

Tra continuità istituzionale e rottura strategica, l’era Metreweli apre interrogativi sul futuro del MI6. In un Regno Unito politicamente fragile ma ancora dotato di un’intelligence di primo livello, il servizio potrebbe tornare a essere uno degli strumenti chiave della proiezione di potere britannica in Europa

Perché la strategia di Trump è una “lettera d’amore” all’Europa. Il commento di Carla Sands

Dal palco di Davos, Donald Trump rilancia un messaggio ambivalente all’Europa: amicizia e alleanza restano, ma solo a fronte di più forza economica, industriale e strategica. Nell’analisi di Carla Sands, la National Security Strategy 2025 diventa un appello diretto agli europei a rafforzare confini, energia, industria e identità per rendere credibile il legame transatlantico

Kabul, incubo mai superato. La riflessione di Arditti

Le parole di Trump sull’Afghanistan riaprono le frizioni nella Nato, tra messaggi per il pubblico interno e parziali correzioni diplomatiche. L’Italia respinge la lettura che sminuisce il ruolo degli alleati e, con Giorgia Meloni, difende il sacrificio dei militari italiani. Sullo sfondo resta il fallimento del ritiro del 2021 e la necessità di rilanciare la coesione dell’Alleanza con maggiore realismo. L’analisi di Roberto Arditti 

Purghe, purghe, purghe. Xi Jinping e la stretta finale sull’esercito

L’indagine contro Zhang Youxia e Liu Zhenli segna la purga più alta mai vista nel PLA sotto Xi Jinping, concentrando nelle mani del leader cinese il controllo diretto delle forze armate. Dietro la retorica anticorruzione emergono problemi di lealtà, performance militare e credibilità della modernizzazione del PLA, con possibili effetti sulla postura di Pechino verso Taiwan

Creatività o sottomissione? Il nuovo paradigma del lavoro letto da Polillo

Il libro di Massagli e Sacconi analizza l’IA come rottura definitiva del modello fordista. Contrastarla è inutile: va governata per liberare creatività e sviluppo. Italia ed Europa, ancora legate al passato, devono riformare lavoro, welfare e regole sociali per non restare indietro. La recensione di Gianfranco Polillo 

Perché l’Asean conta nella proiezione indio-pacifica italiana

Di Chiara Di Scala

La rinnovata attenzione dellItalia verso lIndo-Pacifico, rilanciata dalla visita di Meloni in Giappone e Corea del Sud, rende centrale il ruolo dellAsean nella strategia italiana.Vietnam, Malesia e Indonesia emergono come piattaforme chiave per supply chain, difesa e accesso al Global South, completando la dimensione tecnologica nord-asiatica con un retroterra produttivo e logistico decisivo

×

Iscriviti alla newsletter