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Anche se è un aspetto meno evidente dati i bombardamenti indiscriminati di case, l’occupazione militare di territori e lo sfollamento di milioni di persone, quella in corso in Ucraina è anche una guerra per l’acqua. Anzi, questo aspetto è uno dei pochi sui quali la Russia, finora, è riuscita a raggiungere uno dei suoi obiettivi strategici: la riconquista del pieno controllo del Canale della Crimea settentrionale (Ncc).

Esso fu costruito dai sovietici per irrigare la Crimea con le acque del fiume Dnipro, che scorre in Ucraina e la divide in due. La Crimea faceva parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (Rsfsr) fino al 1954, quando Nikita Kruscev la trasferì alla Rsfs Ucraina, che comunque rimaneva parte della più ampia Unione Sovietica. La costruzione dell’Ncc iniziò nel 1957; i lavori principali si svolsero tra il 1961 e il 1971, con la partecipazione di circa 10.000 “volontari” del Komsomol, l’organizzazione giovanile del Pcus.

Il corso d’acqua era una dimostrazione della determinazione sovietica a piegare la natura alla volontà del Partito comunista, portando l’irrigazione nell’arida steppa di un importante avamposto russo sul Mar Nero. Quella che un tempo era una penisola in gran parte sterile, sbocciò presto in un fulcro dell’agricoltura irrigua, dove si coltivava anche la vite e si produceva il vino.

Il canale, con un corso principale di 402 chilometri che alimenta una vasta rete di bacini e rami minori, ha trasformato la terraferma, soprattutto in risaie. Fu, per la Russia sovietica, un trionfo di ingegneria e manodopera che rivaleggiava con la costruzione della ferrovia principale Baikal-Amur di 4.324 chilometri. Per decenni ha fornito acqua alla Crimea, anche dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Il canale era utilizzato non solo per l’agricoltura e l’allevamento di pesci, ma anche come fonte di acqua pura per le comunità della Crimea.

Dopo che la Crimea è stata annessa illegalmente alla Russia nel 2014, il canale è diventato una fonte di conflitto transfrontaliero. L’Ucraina ha bloccato il canale, costruendo una diga di terra battuta vicino al punto in cui esso attraversa l’istmo di Perekop, che separa la penisola di Crimea dalla terraferma. Gli ucraini sostenevano di aver deciso di chiudere il canale solo perché le autorità russe non pagavano per la fornitura dell’acqua; i russi sottolineavano la natura ritorsiva dell’azione. Questo non avrebbe dovuto sorprenderli: grazie alla sua superiorità militare, la Russia si era impossessata di territorio ucraino e aveva scatenato la secessione delle repubbliche del Donbas; ma, almeno su questo punto, l’Ucraina aveva il coltello dalla parte del manico, costruendo quella che si definisce come “Idroegemonia”.

In tal modo, si interruppe il flusso che aveva soddisfatto oltre l’85% del fabbisogno idrico della regione, lasciando due milioni di persone a corto di acqua. Un gruppo paramilitare ucraino fece anche saltare in aria le linee elettriche, lasciando la Crimea a fare affidamento sui generatori diesel.

In questi ultimi otto anni, inoltre, molti cittadini russi sono stati trasferiti in Crimea, come parte di una politica di colonizzazione, portando a una pressione ancora maggiore sulle risorse naturali. Senza l’acqua dell’Ncc, la terra arabile della Crimea si è ridotta, da 130.000 ettari nel 2013 (già una frazione dei livelli dell’era sovietica), a 14.000 nel 2017. Di conseguenza, non solo i campi della Crimea sono stati inariditi, ma le sue città sono state costrette a razionare l’acqua.

Per affrontare le questioni idriche ed energetiche in Crimea, dal 2017 le autorità russe, in coordinamento con il governo locale della Crimea, hanno costruito piccole centrali idroelettriche, nuovi pozzi, deviato fonti d’acqua locali; costruito un ponte dalla Russia alla penisola per trasportarvi cibo e merci; riorientato l’agricoltura verso coltivazioni che consumano meno acqua. I problemi alimentari ed elettrici sono stati risolti solo temporaneamente, e l’insicurezza idrica è rimasta una grave questione.

I tentativi falliti della Russia di trovare risorse idriche alternative hanno portato al razionamento dell’acqua durante la siccità del 2020. L’acqua è stata trasportata su camion lungo il nuovo ponte costato 3,7 miliardi di dollari attraverso lo stretto di Kerch. Insomma, dissetare la Crimea stava costando alla Russia un sacco di soldi, e c’era in programma un intervento straordinario di 680 milioni di dollari.

Insieme all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, e all’isolamento internazionale a causa delle sanzioni occidentali, la carenza d’acqua stava minando la promessa del presidente Vladimir Putin di una vita migliore per la Crimea sotto il dominio russo, e la sua popolarità presso i crimeani.

Non sorprende quindi che una delle prime azioni intraprese dalle forze russe durante l’invasione dell’Ucraina, già il 24 febbraio, è stata quella di far saltare la diga, consentendo all’acqua di rifluire in Crimea, e poi di assicurarsi il controllo di tutto il territorio pertinente al canale.

Lo avevamo scritto in un precedente articolo su Formiche.net: le guerre del futuro saranno per l’acqua. Anzi, lo sono già adesso, come il caso crimeano dimostra.

L’idropolitica, la geopolitica dell’acqua – che analizza le dinamiche politiche, sociali ed economiche connesse con la gestione e l’utilizzo delle risorse idriche, per individuare gli elementi di potenziale conflitto all’interno di uno Stato o tra due o più Stati – sarà sempre più importante.

Mentre ci preoccupiamo di petrolio e gas, dunque, non perdiamo di vista l’acqua e i conflitti che può generare.

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