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“L’indipendenza di Taiwan è il principale colpevole di distruggere la pace nello Stretto di Taiwan; non la tollereremo assolutamente o la permetteremo”. Con queste parole, il leader cinese, Xi Jinping, ha reso esplicito uno dei nodi più sensibili della narrativa cinese, indicando senza più ambiguità la “indipendenza” taiwanese come principale minaccia. Un passaggio che, più che retorico, segnala un irrigidimento politico e comunicativo in una fase già altamente tesa nello Stretto.

L’occasione è stata l’incontro a Pechino con Cheng Li-wun, presidente del Kuomintang (KMT), principale forza di opposizione a Taipei. Si tratta del primo faccia a faccia di questo livello da quasi un decennio. Xi ha ribadito che la riunificazione è una “inevitabilità storica”, inserendo il dossier Taiwan in una narrativa più ampia di destino nazionale e “ringiovanimento” della civiltà cinese.

La notizia è ovunque, ma il punto non è solo l’incontro in sé. È il modo in cui Pechino sta ridefinendo la grammatica e il perimetro politico della questione Taiwan: più diretto, meno ambiguo, e sempre più legato alla competizione globale. Il riferimento esplicito all’indipendenza come “colpevole principale” segna un salto qualitativo nella pressione diplomatica.

Il messaggio è duplice. Da un lato, Pechino rafforza il canale politico con il KMT, tradizionalmente favorevole a relazioni più strette con la Cina continentale e sostenitore del cosiddetto “consenso del 1992”. Dall’altro, isola implicitamente il governo in carica guidato da Lai Ching-te e dal Democratic Progressive Party (DPP), percepito come promotore di una linea più assertiva sull’identità taiwanese.

La visita di Cheng, definita “storica per la pace”, arriva infatti dopo mesi di crescente pressione militare cinese attorno all’isola, intensificatasi proprio dopo l’elezione di Lai. In questo contesto, l’apertura verso il KMT non è solo un gesto diplomatico, ma una mossa strategica per influenzare il dibattito politico interno taiwanese, rafforzando le forze più inclini al dialogo con Pechino.

C’è poi una dimensione internazionale. L’incontro precede di poche settimane la prevista visita a Pechino del presidente americano Donald Trump. Non è un dettaglio secondario: Xi sembra voler consolidare una posizione negoziale più forte, segnalando agli Stati Uniti che la questione Taiwan resta una linea rossa non negoziabile, anche sul piano delle forniture militari a Taipei.

In questo quadro, la retorica sulla “pace” e sulla “comunità di destino condiviso” appare sempre più intrecciata con una logica di pressione multilivello: politica, militare e simbolica. Il riferimento di Cheng al rischio di conflitti interni nella storia cinese e alla necessità di evitarli oggi si inserisce perfettamente in questa narrativa.

Il risultato è una dinamica più complessa di quanto appaia. Non si tratta solo di tensione tra Cina e Taiwan, ma di una competizione su chi definisce il futuro dell’isola: Pechino, Taipei o – sempre meno implicitamente – Washington.

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