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Nonostante le aziende spesso siano sotto organico per la penuria di lavoratori disponibili a lavoro, le buste paga continuano a perdere valore reale. È questo il cuore di un paradosso ormai strutturale: la domanda di manodopera cresce, ma i salari non riescono a staccarsi da una lunga stagione di stagnazione, mentre l’inflazione erode il potere d’acquisto. Una situazione che, in un’economia più dinamica, avrebbe favorito un rafforzamento delle retribuzioni e un riequilibrio nella distribuzione del reddito, ma che da noi si traduce in una spirale di fragilità. Ecco perché questo grande tema per l’economia delle famiglie, delle imprese e di quella nazionale dovrebbe al più presto vedere parti sociali governo e politica tutta, pattuire insieme una unica strategia, unico modo per correggere davvero che se non corretto sgretolerà la coesione sociale e le fondamenta economiche del paese.

Il biennio 2022-23 ha accelerato l’impoverimento salariale. L’impennata dei prezzi energetici ha spinto verso l’alto i costi di produzione, mentre la contrattazione collettiva è intervenuta con ritardo, lasciando ai lavoratori un gap di circa otto punti rispetto all’inflazione dell’ultimo quadriennio. Una perdita compensata solo in parte dagli sgravi fiscali e contributivi introdotti prima dal governo Draghi e poi da quello Meloni, misure che hanno alleggerito il cuneo per i redditi più bassi ma che hanno richiesto, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, oltre 25 miliardi di risorse pubbliche.

Eppure il problema non nasce oggi. Da trent’anni i salari italiani arrancano, frenati dalla debole produttività, dalla prevalenza di imprese piccole e sottocapitalizzate, dall’eccesso di occupazione a bassa qualificazione e dalla diffusione dei contratti a termine e del part-time involontario. Fattori che, sommati al lavoro sommerso, hanno compresso la crescita dei redditi ben prima delle crisi del 2008 e del 2020, nonostante l’intervento crescente dello Stato attraverso bonus, sussidi e riforme degli ammortizzatori sociali.

Questo impianto, ormai stratificato, non ha ridotto le disuguaglianze né fermato l’espansione dell’area della povertà. Nel frattempo, anche la contrattazione nazionale mostra un aumento dei divari: i settori meno innovativi faticano a rinnovare i contratti e a sostenere incrementi che altrove risultano fisiologici, segno di un modello che premia poco gli investimenti e l’impiego qualificato delle risorse umane. La Legge di bilancio introduce ora una tassazione agevolata per gli aumenti contrattuali dei prossimi rinnovi. Una decisione davvero positiva ed inedita, ma limitata ai redditi inferiori ai 28 mila euro, creando nuove disarmonie rispetto ai contratti già conclusi. È l’ennesima dimostrazione di come la politica fiscale sia diventata surrogato della contrattazione, con il rischio di distorcerne logiche e gerarchie professionali.

Senza una riforma che rafforzi la contrattazione decentrata che può essere decisa solo da sindacati ed imprese nella contrattazione collettiva, e legarla ai salari di produttività, investimenti e qualità del lavoro, lo Stato sarà invocato sempre per tamponare, anziché risolvere, le radici del declino retributivo. Continueranno a chiederlo le parti sociali più propense a invocare aiuti pubblici anzichè innovare gli strumenti negoziali, rischiano di smarrire il proprio ruolo strategico nel governo del lavoro. E allora quelle più avvedute e responsabili si facciano avanti con la sfida, diversamente le cose peggioreranno nella svalutazione della cultura partecipativa e della dignità del lavoro stesso.

Sui salari basta tamponi, la soluzione è nella contrattazione. La versione di Bonanni

Senza una riforma che rafforzi la contrattazione decentrata che può essere decisa solo da sindacati ed imprese nella contrattazione collettiva, e legarla ai salari di produttività, investimenti e qualità del lavoro, lo Stato sarà invocato sempre per tamponare, anziché risolvere, le radici del declino retributivo. Il commento di Raffaele Bonanni

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