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Lenta e inesorabile. Sono passate poche ore da quando Donald Trump ha deciso di allentare la pressione sulla Groenlandia, trasformando quello che fino a poco prima era uno scontro con l’Europa, nuovamente in confronto. Ora, se le prossime settimane sono ancora tutte da scrivere e nulla, persino una nuova guerra commerciale, è del tutto scongiurato, resta sul campo una certezza. Gli Stati Uniti hanno bisogno di terre rare e dei minerali che essere ospitano. I motivi sono tanti.

Tanto per cominciare Washington non può più permettersi di restare legata a doppio filo alle forniture cinesi di minerali. Il Dragone è, ancora oggi, la centrale acquisti del mondo, visto che possiede oltre il 70% dei giacimenti sparsi per il pianeta. Essere la prima economia mondiale, infatti, vuol dire anche essere autosufficiente sul versante delle materie strategiche. In seconda battuta, la tecnologia di ultima frontiera, a cominciare dall’Intelligenza Artificiale, passando per la quantistica, è il terreno su cui si gioca già oggi la competitività. E chi ha più minerali, vince la mano.

Per questo gli Stati Uniti hanno da tempo intessuto una fitta rete di accordi strategici con alcuni Paesi ricchi di miniere (Ucraina, Brasile, Canada, gli ultimi casi) ma fuori dall’orbita cinese. Dietro le ambizioni americane sulla Groenlandia c’è anche questo aspetto, dal momento che l’isola ghiacciata conta non meno grossi giacimenti di ferro, piombo, zinco, nickel, uranio. Ora all’elenco si aggiunge anche l’Australia. Il gruppo americano dell’uranio statunitense Energy Fuels acquisirà alcune miniere di materiali strategici nella terra dei canguri per creare un campione mine-metal nella corsa per costruire una catena di approvvigionamento non cinese per le terre rare.

In tal senso, il perimetro americano si allarga. L’accordo è, infatti, l’ultimo segnale che le aziende statunitensi stanno cercando di creare un mercato delle terre rare collaterale ma indipendente da Pechino. Washington e Canberra in ottobre avevano già concordato di investire un miliardo di dollari ciascuno in terre rare e progetti minerali critici per rafforzare la catena di approvvigionamento al di fuori della Cina. Un gioco che pare funzionare. Il volume delle spedizioni di magneti cinesi negli Stati Uniti crollato di quasi il 9% sul finire dello scorso anno. Il che dimostra in modo abbastanza eloquente come negli ultimi mesi gli Stati Uniti abbiano cominciato ad attrezzarsi, provvedendo a procacciarsi le terre rare, senza passare per la Cina. Insomma, la dipendenza americana dalla Cina, almeno sul terreno dei minerali critici, va scemando.

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