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Normalmente un capo di Stato non è tenuto a spiegare le ragioni di una visita internazionale, specialmente se il Paese visitato è un partner storico. Ma Joe Biden ha sentito la necessità di anticipare il suo viaggio mediorientale con un op-ed esplicativo sul Washington Post.

Il presidente statunitense (e il suo staff) vede l’esigenza (tutta politica) di spiegare non tanto la tappa israeliana (poco più che citata), quanto quella saudita della sua visita, soprattutto perché comprenderà l’incontro (il primo) con Mohammed bin Salman, erede al trono e già ruler de facto di Riad. Bin Salman è stato accusato di aver avuto un ruolo nell’assassinio (al consolato di Istanbul) dell’editorialista saudi-statunitense Jamal Khashoggi – firma del WaPo (la scelta sul dove scrivere l’op-ed non è casuale, chiaramente).

Biden aveva reso pubblico un report della Cia che sosteneva questo genere di ricostruzioni: una scelta allineata con l’idea di elevare i diritti democratici a vettore di politica internazionale. Scelta su cui larga parte dei Democratici statunitensi –  e dei like-minded globali – è/era piuttosto a proprio agio. Anche perché tra l’altro questa scelta andava contro l’apertura di credito politico “in bianco” (così la chiama Biden) basata su rapporti personali (e su interessi) che la Casa Bianca di Donald Trump aveva concesso in modo eccezionale a Riad. Linea che Biden contesta anche nel suo op-ed.

L’equazione che porta bin Salman a essere considerato una sorta di principe del male – molto di moda anche in Italia – muove parte della giustificazione pubblica del viaggio voluta da Biden. Anche alla luce delle critiche ricevute recentemente dal fronte Jeff Bezos, editore non troppo neutro del Washington Post (seconda ragione sulla scelta non causale del giornale in cui far scrivere il presidente) nonché uomo più ricco del mondo e padre della potenza Amazon.

Va detto che l’equazione su bin Salman non tiene conto dell’ampio percorso di riforme che il principe saudita ha avviato nel suo Paese (anche se il suo processo di nomina verso l’eredità è stato contraddistinto da una serie di scontri interni attorno al trono tutt’altro che educati). Bin Salman è di fatto una sorta di riformatore, e come tale viene percepito da una larga parte della sua popolazione – soprattutto la fascia più giovane, maggioritaria tra la demografia saudita, che ne percepisce i cambiamenti che sta imprimendo al Paese.

Anche questi cambiamenti sono parte di quei “vital time” per la regione che Biden indica nel suo ragionamento, aggiungendo una serie di elementi che rendono la regione fondamentale. A cominciare dalla costruzione di un quadro di sicurezza marittima (su cui un ruolo ce l’ha anche la missione europea EMASOH che l’Italia guiderà per i prossimi sei mesi). Sicurezza che serve anche a tutela dei traffici commerciali, a cominciare da quelli delle materie prime energetiche.

Le risorse energetiche della regione sono “vitali”, scrive Biden, per mitigare l’impatto globale della crisi prodotta dalla guerra russa in Ucraina. In particolare adesso che Mosca sembra intenzionata a bloccare il flusso del petrolio kazako che raffina (in modo da non indebolire il proprio mercato diretto) e che il North Stream 1 rischia di restare bloccato anche dopo la manutenzione programmata.

Arabia Saudita e altri Paesi petroliferi del Golfo, o il Qatar e gli altri fornitori di gas, hanno un evidente ruolo, centrale, nell’equilibrare queste dinamiche (che dimostrano come Putin sia interessato a usare l’energia come arma contro l’Occidente).

“So che molti non sono d’accordo con la mia decisione di recarmi in Arabia Saudita”, scrive il presidente americano, ricordando come “le mie opinioni sui diritti umani sono chiare e di lunga data, e le libertà fondamentali sono sempre all’ordine del giorno quando mi reco all’estero, come lo saranno durante questo viaggio, così come lo saranno in Israele e in Cisgiordania”.

Tuttavia, la situazione chiede realismo, fa capire: “È mio compito mantenere il nostro Paese forte e sicuro. Dobbiamo contrastare l’aggressione della Russia, metterci nella migliore posizione possibile per competere con la Cina e lavorare per una maggiore stabilità in una regione importante del mondo. Per fare queste cose, dobbiamo impegnarci direttamente con i Paesi che possono avere un impatto su questi risultati. L’Arabia Saudita è uno di questi” (e Israele un altro, si aggiunge).

Biden sarà il primo presidente statunitense a volare da Israele a Jeddah, una rotta che porta con sé un alto livello di simbolismo, un avvicinamento israelo-saudita che è frutto di una serie di normalizzazioni regionali mosse dagli Stati Uniti. Di queste normalizzazioni figure come bin Salman sono protagoniste e hanno dimostrato un impegno rinnovato da quando il democratico ha vinto le elezioni — abbandonando via via, con ragione tattica, azioni più aggressive nell’ottica di una ricerca di distensione generale.

Biden fa notare che rispetto a quando è entrato alla Casa Bianca, attualmente la regione è meno “pressurizzata”, frutto di quella “nuova atmosfera”, come l’ha recentemente definita re Abduallah II di Giordania, sostenendo che ormai i Paesi della regione si chiedono “come possiamo connetterci e lavorare insieme”.

Biden evidenzia anche come gli Stati Uniti siano l’attore internazionale che può “rafforzare questi trend promettenti in un modo in cui nessun altro Paese può fare”. Sottolineatura oggettiva, a cui aggiunge una serie di successi e di problematiche ancora presenti nell’area: la fine dell’isolamento americano sul fronte Jcpoa, che ha ribaltato il pianto mettendo l’Iran su un punto di isolamento se non decide di rientrare nell’accordo; la persistenza di questioni aperte come la guerra in Yemen (dove gli Stati Uniti hanno lavorato per portare Riad e i ribelli Houthi al dialogo, ricevendo impegno da parte di bin Salman); la sfida del terrorismo tutt’altro che sopita (in questi giorni l’Is in Yemen è tornato a farsi sentire per alterare quei processi di dialogo).

Il presidente americano conclude il suo op-ed con due tocchi personali, uno privato e l’altro politico. “Ho in mente quanto sia costato agli americani l’impegno in Medio Oriente”, dice, ricordando che anche suo figli Beau (poi morto per un cancro) aveva servito in Afghanistan. Poi aggiunge: “La prossima settimana sarò il primo presidente a visitare il Medio Oriente senza truppe americane coinvolte in missioni combat. Sarà mio intento mantenere questa situazione”.

Un’aggiunta che serve anche a mandare il messaggio a coloro che potrebbero criticare il viaggio come un segnale di un rinnovato coinvolgimento in una regione in cui gli Stati Uniti progettano invece un impegno strategico più sfumato, seppure primario, attraverso una guida da remoto. Tutto serve anche a spiegare le prossime mosse, come la possibile revoca del divieto di vendita di armi offensive all’Arabia Saudita, decisa proprio dall’amministrazione Biden.

Ecco cosa porta Biden in Arabia Saudita, secondo Biden

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