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Pochi minuti prima di incontrare Xi Jinping alla fine di ottobre, Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero ripreso i test nucleari “su base di parità” con Cina e Russia. L’effetto politico era stato immediato: scatenare una raffica di analisi — anche in Italia — che descrivevano la corsa al nucleare cinese come un riflesso, una risposta obbligata alla linea americana.

È una lettura comoda, ma fuorviante. Presentare l’accelerazione del riarmo nucleare di Pechino come “effetto Trump” significa accettare — magari inconsapevolmente, magari con qualche pregiudizio o volontà di propaganda — la narrativa strategica cinese. È lo stesso meccanismo con cui Mosca giustifica l’invasione dell’Ucraina come risposta “necessaria” all’espansione della Nato: una logica speculare che rovescia la responsabilità.

In realtà, la modernizzazione dell’arsenale nucleare cinese è un progetto di lungo periodo, iniziato ben prima dell’era Trump e pienamente integrato nel 15° piano quinquennale (2021-2025), poi rilanciato dal recente Quarto Plenum del Partito comunista. Da anni la Rocket Force del Pla — l’Esercito popolare di liberazione — sta espandendo la propria infrastruttura missilistica, sviluppando nuovi silos e incrementando la produzione di testate. Non si tratta di una reazione contingente, ma di un processo strutturale di potenziamento qualitativo e quantitativo della deterrenza strategica.

Il caso di Lop Nur, nello Xinjiang, è emblematico. È lì che Pechino ha condotto il suo ultimo test nucleare nel 1996, prima di firmare (ma non ratificare) il Trattato per la messa al bando complessiva degli esperimenti. Da qualche anno, però, immagini satellitari mostrano un’intensa attività di scavo e ampliamento dell’area, con nuove perforazioni e infrastrutture tipiche dei test sotterranei. Secondo quanto spiegato nel “China Brief” di Foreign Policy l’analista Renny Babiarz, “si tratta di un investimento significativo in termini di tempo e risorse, non qualcosa che si fa a cuor leggero”.

Se la Cina dovesse davvero tornare a testare, non sarebbe per reagire a Washington, ma per raggiungere le superpotenze. Pechino ha condotto finora circa 45 test nucleari, contro i 1.030 americani e i 715 russi. La corsa, dunque, è più proattiva che difensiva. E l’idea che la Cina agisca solo per “equilibrio” ignora un fatto: la no first use policy cinese non è verificabile, e la costruzione di nuovi sistemi missilistici intercontinentali, sottomarini e vettori ipersonici va ben oltre la semplice logica del “second strike”.

Il mito di una Cina nuclearmente “responsabile” è comodo ma fragile. Lo dimostrano anche le epurazioni interne alla Rocket Force, coinvolta in scandali di corruzione e inefficienza. Eppure la propaganda ufficiale continua a presentare l’espansione dell’arsenale come un atto di autodifesa.

Attribuire a Trump la corsa nucleare di Xi, insomma, significa cadere nel mirror game della comunicazione strategica cinese: ribaltare le cause, spostare le colpe, accreditare la narrativa del “noi reagiamo, loro provocano”. Ma la realtà è opposta: la Cina non si sta difendendo da nessuno. Sta semplicemente correndo per affermare il proprio posto — nucleare e geopolitico — al centro del nuovo equilibrio globale.

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