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Con il funerale di Ciriaco De Mita, morto lo scorso 26 maggio all’età di 94 anni, si è anche celebrato molto probabilmente uno degli ultimi riti funebri della partitocrazia repubblicana, di quel sistema di potere e di organizzazione dello Stato dove più delle istituzioni erano i partiti e le rispettive classi dirigenti a decidere le traiettorie della vita democratica.

De Mita era pienamente dentro una classe dirigente che si concepiva solo in una dimensione collegiale, quasi del tutto anti-leaderistica, anche perché pagava lo scotto amarissimo del ventennio fascista e dell’illusione che solo l’uomo forte diventa risolutore. Ai funerali del leader della sinistra di base, una delle correnti più eterogenee e ricca di intelligenze di quella che fu la Democrazia cristiana, però non c’erano le folle oceaniche che hanno fatto da cornice ai tanti cortei funebri che hanno accompagnato l’ultimo viaggio di altrettanti esponenti politici.

Perché la partitocrazia, e con essa la Democrazia cristiana, erano già morte da tempo e comunque molto prima dello stesso De Mita.

Il 13 giugno del 1984 ai funerali di Enrico Berlinguer in Piazza San Giovanni in Laterano a Roma parteciparono un milione e mezzo di persone. Una folla oceanica per l’ultimo saluto al segretario del Partito comunista italiano che perdeva il suo leader carismatico, ma non smarriva di certo il suo cammino, la sua cornice ideologica e la sua visione politica.

Accanto a Berlinguer c’era allora una classe dirigente allevata nella dialettica concorrenziale che, senza particolari scossoni, avrebbe continuato a governare il maggior partito della sinistra italiana. La morte di un leader non era la morte del partito, anzi quanto ciò accadeva gli eredi legittimi erano sempre in numero superiore alla poltrona da occupare.

È successo al Pci, a sinistra, così come è successo qualche anno più tardi a destra al Movimento Sociale Italiano dopo il 24 maggio del 1988, quando a Piazza Navona altrettanto gremita di militanti missini ci fu l’ultimo saluto a Giorgio Almirante presidente del partito, ma soprattutto padre spirituale e carismatico di quella destra italiana post-fascista.

Il Movimento Sociale continuò la sua battaglia solitaria ancora per alcuni mesi fino al 9 novembre del 1989 allorquando con la caduta del Muro di Berlino implose pure quella conventio ad excludendum che aveva emarginato il partito all’epoca già guidato da un giovanissimo Gianfranco Fini.

Così come il 19 agosto del 1954 c’era stata la morte di Alcide De Gasperi, che con il suo carisma era riuscito a guidare la ricostruzione del Paese dalle rovine della guerra e in particolare la scelta di aderire all’Alleanza atlantica. De Gasperi era stato segretario della Dc fino a qualche settimana prima della morte, allorquando aveva ceduto le redini del partito nelle mani di Amintore Fanfani.

Erano quelli gli anni in cui i leader politici erano consacrati nei congressi, dai territori, dalle tessere dei militanti, dalle battaglie correntizie e non dai social, dalle vagonate di like e di wow, dalla loro capacità di cavalcare il sentiment della Rete, di essere la mattina da un lato e la sera da quello opposto senza dover rendere conto a nessuno.

Erano quelli anche gli anni in cui i leader, per ragioni diverse e non solo quando la loro esistenza mondana giungeva al capolinea, potevano essere messi da parte senza mettere a rischio la tenuta stessa del partito, anzi molto il contenitore si rafforzava dal cambio di segretario. L’antico adagio del morto un Papa se ne fa un altro si adattava perfettamente anche ai pontefici laici dei partiti repubblicani. Il partito sopravviveva sempre al proprio leader, deposto o defunto.

Con la leaderizzazione, e in alcuni casi con la presidenzializzazione della politica, che trova nell’inserimento del nome del leader nel simbolo del partito la sua estrema semplificazione, i partiti sono destinati a estinguersi con i loro leader. Senza futuro, senza un domani. Questo è il limite più grande dei partiti iper-personalizzati, associazioni schiacciate sulla biologia dei propri leader, contenitori che si fondono nel e con il corpo dei leader. I rischi di questa iper-leaderizzazione li abbiamo già visti con la scomparsa repentina di partiti che hanno affidato la loro fortuna a quella dei loro capi.

In parte è accaduto, in anni più recenti con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, con le varie liste personali da Ingroia a Sgarbi, solo per citarne qualcuna, oppure come sta capitando a Forza Italia dove Silvio Berlusconi è costretto nuovamente a “scendere in campo” in vista delle politiche del prossimo anno o al Movimento 5 Stelle passato da un leader carismatico quale Beppe Grillo a un leader posticcio come Giuseppe Conte che nessuno nei fatti riconosce. Un rischio che prima o poi dovranno correre anche quei contenitori partitici che oggi si credono forti ma che in realtà sono ancora giganti dai piedi di argilla, Fratelli d’Italia che ha schiuso le capacità e le qualità di Giorgia Meloni e la Lega oggi legata mani e piedi ai destini del suo segretario Matteo Salvini.

Il funerale dei leader e dei partiti iperpersonali. L'analisi di Giordano

Con la leaderizzazione, e in alcuni casi con la presidenzializzazione della politica, che trova nell’inserimento del nome del leader nel simbolo del partito la sua estrema semplificazione, i partiti sono destinati a estinguersi con i loro leader. Senza futuro, senza un domani. L’analisi di Domenico giordano (Arcadia)

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