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In Cina è in atto un’autentica emorragia di capitale privato. Gli investitori non si fidano più del Dragone, delle sue finanze, delle sue regole. Le avvisaglie, per la verità, c’erano già state, come raccontato da Formiche.net. Tra marzo e aprile, gli investitori stranieri hanno venduto le loro azioni e obbligazioni cinesi per un controvalore di oltre 17 miliardi di dollari, un massimo storico, secondo i dati dell’Istituto di Finanza Internazionale (Iif).

Un sell-off, termine tecnico per descrivere un disimpegno azionario e obbligazionario su vasta scala, che segue quasi due anni consecutivi di deflussi netti di portafoglio dalla Cina, incluso il quarto trimestre del 2021, con un deficit del conto capitale e finanziario di 320,6 miliardi di dollari. Secondo l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, è l’obbligazionario che ha sofferto maggiormente: i dati del governo cinese mostrano infatti un ritiro record degli investitori stranieri pari a 5,5 miliardi di dollari di titoli di stato cinesi a febbraio, la più grande riduzione mensile mai registrata, secondo la China Central Depository and Clearing, seguiti un nuovo massimo di oltre 8 miliardi di dollari a marzo.

Ora però, si va oltre, fino ad arrivare ai fondi di private equity, depositari di grandi quantità di capitale. Almeno fino a ieri, visto che il corto circuito tra finanza e investimento si è esteso anche a questo settore. Al punto che la raccolta è scesa ai livelli minimi da 13 anni, per colpa essenzialmente di due fattori: primo, la strategia zero-Covid che sta letteralmente terrorizzando gli investitori, oltre che gli stessi cittadini cinesi, secondo la repressione contro l’industria tecnologica portata avanti fin qui e che solo ora sembra accennare a un allentamento.

Il punto è che in Cina è diventato complicato investire, tra lockdown a mano armata, scali portuali (Shanghai, su tutti) messi sotto chiave e regole prima stringenti, poi non più, poi ancora. E i risultati si vedono. Secondo la banca dati Preqin, citata dal Financial Times, i fondi di venture capital e di private equity concentrati nella regione della grande Cina hanno raccolto solo 1,7 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2022, in calo di oltre il 90% su base annua.

Il più piccolo bottino dalla crisi finanziaria globale nel 2009. Colpa della repressione normativa da parte del governo che ha scoraggiato la ricerca di fondi da parte delle start-up, portando gli investitori a ridurre le loro esposizioni e a bloccare la maggior parte delle quotazioni offshore. Ma anche delle prospettive di crescita economica interna, che si sono deteriorate nel primo trimestre del 2022. Sebbene il dato aggregato sul trimestre sia stato accolto come ampiamente positivo (4,8% rispetto al 4,4% atteso), in realtà il mese di marzo ha visto i consumi molto indeboliti rispetto al marzo del 2021.

E poi il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente tagliato le sue previsioni di crescita per la Cina al 4,4%, dal 4,8%. “Questo è un cambiamento significativo”, ha affermato William Bao Bean, socio del fondo di venture capital Sosv, aggiungendo che gli investimenti esteri in Cina vivono “una fase di incertezza” come non mai.

90% di capitali in meno. E i fondi del Dragone rimangono a secco

Non si arresta l’emorragia di capitali dalla seconda economia globale. Dopo la fuga degli investitori dalle obbligazioni cinesi, ora sono i grandi fondi di private equity e venture capital a rimanere a terra, con una raccolta ai minimi da 13 anni, cioè dalla grande crisi finanziaria. Tra lockdown a mano armata e repressione normativa la Cina perde appeal

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