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Chi si preoccupava del Donbass fino alla fine di gennaio in Italia? Pochi, pochissimi.

A rivelarlo, oltre che l’esperienza personale di ciascuno di noi, è il volume di ricerche su Google Trends.

Da un certo punto di vista, un tale picco di ricerche è naturale: del resto, in questo periodo è stato avviato un conflitto che ci riguarda molto da vicino, sia per prossimità geografica sia per prossimità culturale, dovuta anche alla grande presenza di donne e uomini ucraini nel nostro Paese.

C’è tuttavia un altro punto di vista che potrebbe essere opportuno considerare: in Ucraina, e più nel dettaglio nel Donbass, il conflitto è tutt’altro che recente, e come sarà ormai noto a tutti, è costato, tra il solo 2014 ed il 2018 più di 13.000 morti e circa 30,000 feriti.

Sarebbe un errore, tuttavia, giudicare con leggerezza tali dati, additandoli come “disinteresse” e accusando, come è stato fatto da molti, la popolazione italiana di essere italocentrica, o, nel migliore dei casi, eurocentrica.
È vero, i dati parlano chiaro, ma dalla vicenda del conflitto in Donbass, poi sfociato nelle vicende che noi tutti conosciamo, è necessario trarre un insegnamento importante: in un mondo interconnesso come quello in cui viviamo, non esiste periferia.

Se ogni angolo del mondo è connesso a tutto il resto, allora ogni angolo del mondo può divenire centrale in qualsiasi momento.

Oggi, chiaramente siamo tutti sensibilizzati sul tema, ma quello ucraino-russo non è l’unico conflitto in corso: oggi internet abbonda di statistiche sui conflitti, e tra di essi, conflitti di lunga durata, che oggi non fanno “notizia” ma che prima o poi potrebbero essere posti al centro della nostra attenzione.

Bisogna dunque partire da questa riflessione: come mai, in un mondo in cui non c’è quasi informazione (pubblica o privata) che non venga registrata e resa disponibile attraverso internet, eravamo così poco interessati al Donbass?

La risposta è che malgrado la rete internet renda accessibile ogni tipologia di informazione, in tale totalità risultano ancora importantissimi i soggetti che veicolano l’informazione, perché su internet viaggiano ogni giorno volumi di dati e informazioni che non basterebbe una vita umana a leggerli tutti.

Ma da quanto sta emergendo in questi giorni, è chiaro che la sfida prioritaria degli organi di informazione, istituzionali e non, sarà quella di estendere il più possibile il raggio di interesse, e di coinvolgere e informare i cittadini su quanto accade nel mondo con molta più pervasività.

Perché al centro di questo processo non è “l’informazione”, ma è la capacità dei nostri cittadini di poter formulare un’opinione, di avere un punto di vista personale, di poter prendere parte ad un dibattito avendo contezza dei fenomeni nella loro complessità, considerando anche la scia continua di cause ed effetti, avvenimenti e causalità che portano una determinata questione sociale ed economica a degenerare in conflitto (nel caso della geopolitica) o in crisi (nel caso dell’economia globale).

È un discorso che potrebbe riguardare ogni argomento, è vero: ma la nostra storia recente ci illustra in modo inconfutabile che la nostra opinione pubblica è stata semplicemente “presa di sorpresa”.

E la conseguenza è che l’intervallo delle nostre riflessioni si limita all’immediato, all’appena trascorso: perché è impossibile in poche ore apprendere tutti gli sviluppi che si sono avvicendati in un determinato territorio in anni di conflitto.

Questa condizione rende la nostra democrazia vulnerabile: la proietta in uno stato di torpore lucido e di incertezza, perché ognuno di noi è consapevole che in questo momento la narrativa russa, così come quella ucraina-occidentale, sono necessariamente faziose.

Solo pochi di noi, tuttavia, hanno le conoscenze storiche necessarie a discernere le interpretazioni dai fatti.
La cartina dell’estensione della Nato, le dichiarazioni di indipendenza, la presenza di forze armate russe già prima dell’esplosione dell’attuale conflitto all’interno dei territori del Donbass, il ruolo della Cina: una così grande mole di informazioni, tutte ovviamente filtrate da una parte e dall’altra, è praticamente impossibile da “processare” da coloro che, fino a qualche giorno fa, non sapevano nemmeno che il Donbass esistesse.

Oggi come mai è dunque necessario avviare una riflessione su come gestire e veicolare le informazioni legate a quanto accade nel resto del mondo, per fornire ai nostri concittadini le conoscenze necessarie a poter formulare un’opinione personale.

Perché un’opinione pubblica senza opinione è suscettibile ai guru del momento, all’avvicendarsi di esperti che dicono tutto e il contrario di tutto e non fanno altro che generare motivata confusione personale e sociale.

Un’opinione pubblica così malleabile è una debolezza culturale, che rende la nostra democrazia vulnerabile.

Una vulnerabilità cui sarà necessario far fronte, perché la fine del conflitto armato tra Russia e Ucraina non segnerà la fine del conflitto culturale tra le posizioni occidentali e quelle “non occidentali” del mondo.

Chi si preoccupava del Donbass? L'analisi di Stefano Monti

Come mai, in un mondo in cui non c’è quasi informazione (pubblica o privata) che non venga registrata e resa disponibile attraverso internet, eravamo così poco interessati al Donbass? Stefano Monti, partner di Monti&Taft, sul ruolo dell’oceano di internet e il piccolo mare dell’informazione “tradizionale”

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