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Le regole del gioco, in politica, spesso contano più dei giocatori. È attorno alla legge elettorale che si misurano le ambizioni dei partiti, le paure dei parlamentari e gli scenari della prossima legislatura. Sullo sfondo c’è una domanda che precede tutte le altre: l’Italia può ancora permettersi un sistema che rischia di consegnare il Paese all’ennesimo stallo? Tra il nodo delle preferenze, il ruolo del centro, l’incognita Vannacci e la strategia di Giorgia Meloni, il politologo della Luiss Giovanni Orsina prova a separare le convenienze dei partiti dall’interesse del Paese. E indica nella riforma della legge elettorale il passaggio decisivo per evitare che il voto produca, ancora una volta, governi deboli e maggioranze improvvisate.

Professor Orsina, come da tradizione di fine legislatura, ci si divide sulla legge elettorale. Questa volta è quella buona o finirà come le precedenti?

Credo che il vero banco di prova sarà il Parlamento. Sul tema delle preferenze, ad esempio, si può discutere nel merito, ma resta un dato politico: al dunque quasi nessun parlamentare le vuole davvero. Se il segretario ti colloca in lista in una posizione blindata, l’elezione non costa nulla e non devi affrontare una competizione interna. Per questo penso che le preferenze, se introdotte, rischierebbero comunque di essere bocciate, probabilmente attraverso il voto segreto.

Eppure le preferenze vengono spesso presentate come uno strumento di maggiore democrazia.

Non sono né il bene né il male assoluto. Dipende dal contesto. Personalmente continuo a ritenere che il modello migliore sarebbe un doppio turno con collegi uninominali: elimina il problema delle preferenze, riduce la conflittualità interna ai partiti e limita la moltiplicazione delle candidature. Certo, presuppone una struttura dei partiti molto diversa da quella che abbiamo oggi.

Lei vede comunque la necessità di cambiare l’attuale sistema?

Sì. Una nuova legge elettorale conviene al Paese. Il rischio del pareggio è devastante, soprattutto nell’attuale clima politico. Io resto un bipolarista convinto, anche se comprendo chi sostiene che oggi i due poli assomiglino sempre più a dei caravanserragli.

C’è chi immagina una convergenza al centro dopo il voto. È uno scenario realistico?

Ne capisco la logica teorica, perché punta a evidenziare le contraddizioni dei due schieramenti. Ma, nella pratica, produrrebbe un governo privo di una forte legittimazione elettorale. Avremmo deputati eletti in collegi uninominali costretti a sostenere politiche diverse da quelle con cui hanno raccolto consenso. Il risultato sarebbe un esecutivo fragile e poco efficace. E poi bisogna chiedersi: esisterebbe davvero quel governo? Pensare a Meloni e Schlein insieme è semplicemente una follia.

L’attuale legge elettorale, invece, quali effetti produce?

È un sistema pernicioso perché rischia di portarci, dopo il voto, a costruire maggioranze fragili e improvvisate. L’impianto della proposta oggi in discussione, invece, non mi sembra affatto negativo. Si possono discutere alcuni dettagli, ma garantirebbe a chi prende più voti una maggioranza funzionale, rispettando al tempo stesso i principi fissati dalla Corte costituzionale. Se davvero si vuole intervenire, bisogna chiudere la partita entro settembre.

Quanto spazio esiste oggi per un centro autonomo?

Dipende proprio dalla legge elettorale. In astratto vedo un potenziale compreso tra l’8 e il 10 per cento. Naturalmente molto dipende dall’offerta politica. Se da una parte ci fosse un centrodestra all’inseguimento di Vannacci e dall’altra un centrosinistra guidato da Schlein e Conte, quello spazio potrebbe crescere. Ma diventerebbe decisivo soltanto in assenza di una maggioranza chiara.

A proposito di Vannacci: quanto pesa oggi nel centrodestra e quali evoluzioni prevede?

Il fenomeno era prevedibile. Le retoriche populiste funzionano finché non devono confrontarsi con la prova del governo. Salvini avrebbe dovuto evitare di alimentare questo processo e invece lo ha favorito. In un certo senso si è messo una serpe in seno.

E adesso che cosa succederà?

È difficile prevederlo. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale e dai sondaggi. Se si voterà nella primavera del 2027, i giochi saranno sostanzialmente definiti tra la fine del 2026 e l’inizio del nuovo anno. A quel punto si valuterà il peso reale di Vannacci e le sue posizioni. La mia impressione, comunque, è che alla fine il centrodestra sarà costretto a ricondurlo dentro la coalizione.

In definitiva, chi ha oggi una strategia davvero definita?

Francamente mi sembra che nessuno abbia le idee completamente chiare. Prevalgono i tatticismi e le valutazioni di breve periodo.

Giorgia Meloni può ancora rilanciare la sua leadership politica?

Sì, ma il passaggio decisivo sarà la legge di Bilancio per il 2027. Quello rappresenta il vero snodo. Meloni è partita con una retorica fortemente identitaria, poi ha governato come leader di un centrodestra sostanzialmente moderato. Potrebbe scegliere di sparigliare ancora una volta le carte e consolidare definitivamente un grande partito conservatore, pienamente mainstream, capace di parlare anche all’elettorato più a destra senza inseguirne le pulsioni. Resta da capire se riuscirà davvero a farlo. Gran parte delle possibilità di rilancio passeranno proprio da quella manovra economica, al netto di un possibile rilancio sul piano comunicativo e culturale dell’esecutivo.

La legge elettorale serve al Paese. Per Orsina la vera partita di Meloni è la manovra 2027

La riforma della legge elettorale è il passaggio decisivo per garantire governabilità ed evitare nuovi stalli. Irrealistiche le ipotesi di intese centriste post-voto. Con il sistema vigente, c’è il concreto rischio di maggioranze improvvisate. Vannacci? Il centrodestra finirà per riassorbirlo. Quanto a Meloni, il vero banco di prova per consolidare la leadership sarà la legge di Bilancio 2027 e la capacità di rafforzare un profilo conservatore pienamente mainstream. Colloquio con il politologo della Luiss, Giovanni Orsina

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