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La discussione sulla legge di Bilancio prosegue, ma il copione è sempre lo stesso: si parla di nuove spese, non di strategie. Si aggiungono oneri, senza selezionare quelli che potrebbero innescare un ciclo virtuoso di crescita, e si evitano i tagli alla spesa improduttiva che da decenni avvelena lo sviluppo del Paese. Anche sul fronte delle autonomie locali, il dibattito sulle province conferma la tendenza a un’ulteriore statalizzazione, che si somma all’ipertrofia delle Regioni. Si annunciano assunzioni pubbliche, ma non si ragiona su un vero orizzonte di cambiamento o su nuovi obiettivi strategici. Si chiedono aiuti per compensare crisi, come quella energetica, ma nessuno discute seriamente delle risorse nazionali da attivare, né tantomeno del programma nucleare.

Il risultato è un dibattito confuso, dominato dall’urgenza di spendere, senza un piano per generare entrate attraverso lo sviluppo e il risparmio su ciò che non produce valore. In questo contesto, Elly Schlein incontra imprese e sindacati per discutere la manovra. Giorgia Meloni farà lo stesso, poco dopo. È il vecchio rito della politica italiana: chi governa difende, chi si oppone reclama. Tutti chiedono, tutti promettono. Ma oggi il copione non basta più. L’Italia non ha bisogno di altri tavoli d’ascolto: ha bisogno di una direzione. Continua a vivere sopra le proprie possibilità, coltivando ambizioni da grande Paese con numeri da stagnazione.

Neppure nella maggioranza il tono è diverso. Si predica prudenza nei conti, ma riaffiora puntualmente la tentazione di spendere e di compiacere tutti. Eppure, sul lavoro, qualcosa di buono è stato fatto: meno tasse su premi e straordinari, alleggerimento per i redditi più bassi, correzioni alle aliquote. Quattro miliardi per restituire un po’ di fiato a chi produce. Giusto. Ma quei soldi non vengono da una crescita reale: arrivano dagli utili record delle banche, mentre il Pil ristagna e il Pnrr ha perso la sua spinta propulsiva.

Da due anni l’Italia galleggia sullo zero, con la recessione che incombe. Da troppo tempo si distribuisce denaro a debito, drogando la realtà e rimandando il conto. Le parti sociali dovrebbero smettere di chiedere “quanto mi dai oggi” e iniziare a pretendere una visione: come far crescere il reddito del Paese, non il suo debito. Serve un nuovo patto sociale fondato su responsabilità e sviluppo, come richiesto al governo da sindacalisti ed imprenditori più avveduti. Tagliare il superfluo per investire in ciò che genera valore: energia, scuola, infrastrutture, giustizia, innovazione, concorrenza. L’Italia arretra su tutti questi fronti mentre gli altri corrono. Tornare competitivi significa ridurre sprechi e duplicazioni, alleggerire lo Stato inefficiente, premiare il merito, non la rendita.

Per anni il consenso è stato comprato a debito, ingrassando burocrazie e apparati pubblici. Ora basta. Non possono convivere sviluppo e nimby, modernità e statalismo, libertà economica e assenza di concorrenza. Né si può invocare sovranità restando una provincia. La vera sovranità oggi passa da un’Europa federale: il resto è propaganda. Landini potrà pure chiamare l’ennesimo sciopero, ma chi davvero rappresenta lavoro e impresa deve sedersi al tavolo, con governo e opposizioni, non per chiedere ciò che nessuno potrà dare, ma per costruire insieme una strategia di crescita.

All'Italia servono confronto e strategie di crescita (e meno scioperi). La versione di Bonanni

Landini potrà pure chiamare l’ennesimo sciopero, ma chi davvero rappresenta lavoro e impresa deve sedersi al tavolo, con governo e opposizioni, non per chiedere ciò che nessuno potrà dare, ma per costruire insieme una strategia di crescita. Il commento di Raffaele Bonanni

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