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Cinquant’anni fa, alla vigilia delle elezioni del Presidente della Repubblica, Carlo Donat Cattin, ministro democristiano incline all’ironia urticante, recuperando una definizione – cavalli di razza- da lui stesso trasferita in politica prelevandola dagli ippodromi solo un paio d’anni prima, sentenziò: “Non dimentichiamoci che la DC può contare solo su due cavalli di razza: Fanfani e Moro. Gli altri al più sono ottimi mezzosangue”.

Ecco, a mezzo secolo di distanza, quando manca solo un mese dal voto dei grandi elettori per il nuovo Presidente, potrebbe apparire esercizio utile il ricorso al medesimo criterio equino. E allora, quali sarebbero oggi i cavalli di razza in corsa? Donat Cattin ne indicava solo due e crediamo che anche noi ci possiamo attestare sulla coppia, non soltanto per inclinazione parsimoniosa, ma, soprattutto, dopo aver gettato uno sguardo alle scuderie. I cavalli di razza restano, dunque, quelli di partenza: Mattarella e Draghi, evocati compulsivamente fino allo sfinimento.

Sergio Mattarella è stato addirittura solare nella manifestazione d’indisponibilità al ritorno nel palazzo dalle mille stanze: l’ha detto in punta di diritto, evocando i suoi predecessori Segni e Leone che chiedevano una riforma costituzionale che imponesse la non rieleggibilità, e l’ha affermato con atti concludenti. Tuttavia c’è chi tende ad interpretare il suo attivismo esternatorio delle ultime settimane come un ripensamento operoso in vista di un’accettazione in caso di pericoloso impasse, ipotesi che, solo qualche settimana fa veniva esclusa senza discussione. Il Presidente è uomo di lealtà nota, così com’è nota la sua lontananza da abitudini manovriere e tatticismi: l’unica bussola che userà sarà quella dell’interesse superiore della nazione. Ma il suo “sentiment” sulla rielezione resta quello che ha già manifestato.

L’altro cavallo di razza si chiama, ovviamente, Mario Draghi. Primatista mondiale di cliccate su google- il quattordicesimo nel globo- in assoluto l’uomo delle istituzioni che desta più interesse nelle ricerche degli italiani, oltre mezzo milione al mese sui motori di ricerca, con picchi di tre milioni e 350 mila nei primi mesi del suo governo, Draghi è non solo l’autore della risalita reputazionale del nostro paese nel mondo, ma anche colui il quale ha creato un clima di inusitata pacificazione politica, in cui persino l’unico partito di opposizione, la destra di Giorgia Meloni, si esprime nei suoi confronti come è d’abitudine nei club di gentleman inglesi ovattati di boiserie antica. E, a ben pensarci, non a caso la leader di Fratelli d’Italia preserva la figura di Draghi dalla polemica di basso rango: chi potrebbe garantire per un eventuale governo di destra a trazione sovranista se non un presidente della Repubblica come Draghi, ascoltato e rispettato dalle cancellerie di tutto il mondo? Dunque il cavallo di nome Mario potrebbe correre al Quirinale non solo con la dotazione che è già acquisita a sostegno del suo governo, ma anche con un di più. Dunque è fatta già dalla prima votazione? Troppo facile… Intanto si è aperta la fiera dei peana a sostegno della permanenza del premier a palazzo Chigi, “perché come fa l’Italia senza di lui col Pnrr?” dimenticando che, tutto ad andar bene Draghi avrebbe, a partire dalle elezioni del Capo dello Stato, non più di cinque-sei mesi ancora di lavoro alla scrivania di capo del governo perché tra estate, legge di stabilità di fine legislatura e avvio, a gennaio 2023, della campagna elettorale per il voto politico di marzo, il tempo vero si è consumato e le cose che doveva fare sono state tutte fatte. Ma è un argomento questo che si tende a nascondere, così come nulla si dice del fatto che il valore della reputazione personale speso da Draghi in favore dell’Italia da palazzo Chigi, continuerebbe ad essere speso non per soli cinque/sei mesi ancora ma addirittura per sette anni. Il nemico più insidioso per questo cavallo di razza- che, anche nelle sue dichiarazioni ufficiali, non ha mai negato di sentirsi disponibile per il ruolo quirinalizio- è la paura dei suoi grandi elettori. La paura dei deputati e dei senatori che, caduto il governo, cada pure la legislatura, col ritorno a casa -per un numero imponente e senza speranza di rielezione- al lavoro usato. Se c’è.

Questo è il ritratto dei cavalli di razza a qualche giorno da Natale. A tenere fede alla teoria donat-catteniana, se mancano i cavalli di razza si dovrebbe passare ai “mezzosangue”. Ma nelle scuderie non si vede più niente e neppure nel maneggio. In compenso, a guardar bene sullo sfondo, si scorge un branco di ronzini.
Comunque Buon Natale. A purosangue e ronzini.

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Questo è il ritratto dei cavalli di razza a qualche giorno da Natale. A tenere fede alla teoria donat-catteniana, se mancano i cavalli di razza si dovrebbe passare ai “mezzosangue”. Ma nelle scuderie non si vede più niente e neppure nel maneggio. La rubrica di Pino Pisicchio

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