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Digitali ma non troppo. Dopo la doccia fredda della Bce e quella della Consob, arriva un altro altolà alle monete online. Questa volta da Londra, e per altri motivi. Non c’entrano l’inquinamento e neanche la natura speculativa, entrambi richiamati in un recente intervento di Fabio Panetta, membro del board della Bce con delega sui sistemi di pagamento, parlando della più famosa criptovaluta, il Bitcoin.

C’entra la sicurezza. In un’intervista al Financial Times, Jeremy Fleming, il capo del Ghcq, l’agenzia degli 007 di Sua Maestà che si occupa di minacce cibernetiche, lancia un allarme sulla più grande valuta digitale cinese: il renminbi. “Se utilizzato nel modo sbagliato, può dare a uno Stato ostile l’abilità di spiare le transazioni”, ha detto al quotidiano finanziario il numero uno della “Ciambella” – così è ribattezzato il quartier generale delle cyber-spie inglesi – “(il renminbi, ndr) dà loro la possibilità di esercitare un controllo su quel che viene trasportato da quelle valute digitali”.

Il monito di Fleming non farà piacere a Pechino. Pubblicità sgradita, a poche settimane dall’inizio delle Olimpiadi invernali che, nelle intenzioni della Città Proibita, serviranno da vetrina per la moneta digitale cinese. I preparativi partono da lontano: già nel 2014 la Banca centrale cinese (People Bank of China) ha commissionato ricerche sul potenziale del yuan digitale. Di recente ha avviato una serie di progetti pilota nel Paese che permettono ai residenti di piccole ma anche grandi città, come Pechino e Shenzen di provare a fare acquisti sia con lo yuan digitale, sia con l’e-Cny (yuan elettronico), una valuta pensata per rimpiazzare nel medio-lungo periodo cash e monete.

Di questo percorso le Olimpiadi di Pechino, previste per il 4 febbraio e già al centro di un boicottaggio diplomatico cui hanno aderito Stati Uniti e Regno Unito, dovrebbero rappresentare il compimento ideale. Spiega Fleming: “Nel contesto dei prossimi Giochi olimpici, la Cina sta cercando di prendere qualsiasi opportunità per lanciare la sua moneta digitale, con la speranza che gli investitori stranieri la usino tanto quanto i visitatori domestici”.

Ma quali sono i problemi di sicurezza che può porre il renimbi secondo gli 007 britannici? Anzitutto, dice il capo del Ghcq, la regolamentazione internazionale, assente o quasi. Un cruccio già espresso da diversi Paesi e organizzazioni internazionali con la richiesta di una maggiore trasparenza da parte del governo, anche se finora “non abbiamo ancora visto un passo avanti dalla Cina”.

Alla trasparenza è legata a doppio filo la preoccupazione per la sicurezza degli utenti che usano le valute in questione. Un’espansione eccessiva delle valute digitali cinesi, in assenza di garanzie su chi e come le deve regolamentare, può portare dimostrarsi “profondamente intrusiva” per la sicurezza nazionale e portare a “un’erosione di sovranità”, avvisa Fleming.

C’è poi un non detto che ricorre nelle remore espresse dalle agenzie di intelligence occidentali verso le nuove monete digitali cinesi. E cioè che queste, come le criptovalute, rischiano di aiutare a costruire un sistema di evasione dalle sanzioni occidentali.

Lo spiega un recente rapporto del think tank Carnegie Endowment sull’e-Cny: “In altre parole, potrebbe offrire alle aziende cinesi sanzionate dagli Stati Uniti, così come alle aziende che cercano di fare transazioni con entità sanzionate dagli Stati Uniti in casa o all’estero, un modo per farlo senza affidarsi a intermediari che hanno bisogno di dollari americani, incluse le grandi banche”. Timori e moniti che con ogni probabilità saranno racchiusi nell’attesa, nuova Strategia per la cybersicurezza nazionale del governo di Boris Johnson.

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