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Ogni volta che scoppia una guerra nel Medio Oriente, l’Italia scopre improvvisamente di avere un problema energetico. Succede oggi con l’Iran, come è successo molte altre volte. I mercati si agitano, il petrolio sale, il gas diventa più caro e nel giro di poche settimane la tensione arriva direttamente nelle bollette. La differenza è che per molti Paesi europei si tratta di uno shock temporaneo. Per l’Italia, invece, è quasi la normalità.

Non per destino, ma per responsabilità politiche. Da oltre trent’anni il Paese rinvia una scelta seria sulla propria strategia energetica. Nessun governo ha costruito un vero piano capace di garantire tre condizioni elementari: sicurezza degli approvvigionamenti, prezzi competitivi e un minimo di autonomia. Si è preferito inseguire il consenso del momento, trasformando ogni decisione energetica in una battaglia ideologica.

Il risultato è un sistema fragile, esposto a ogni crisi internazionale.

La scelta simbolo di questo fallimento resta l’uscita dal nucleare. Una fonte stabile, a basse emissioni e utilizzata da gran parte delle economie avanzate. Mentre l’Italia smantellava i propri impianti, Francia e Spagna consolidavano i loro sistemi energetici. Non solo mantenendo il nucleare, ma investendo in infrastrutture decisive come i rigassificatori, che consentono di acquistare gas liquefatto sul mercato globale senza restare legati a un solo fornitore.

Da noi è accaduto l’opposto. Nucleare abbandonato, nuovi rigassificatori contestati, estrazioni nazionali di gas ostacolate. Il Paese ha scelto di dire no a tutto, salvo poi lamentarsi del prezzo dell’energia. Non è un caso se famiglie e imprese italiane pagano spesso bollette molto più alte rispetto ad altri partner europei. Il paradosso è che molti protagonisti di quelle campagne oggi denunciano il caro energia e arrivano perfino a evocare il ritorno al gas russo. Come se non fosse stata proprio la dipendenza da pochi fornitori a trasformare l’energia in uno strumento di pressione politica.

Eppure l’Italia non è sempre stata così miope. Negli anni Ottanta il collegamento energetico con l’Algeria, attraverso il gasdotto dal Sahara, garantì forniture competitive e diversificate. Alla base c’era una visione strategica: non dipendere da una sola fonte e non consegnare il destino energetico del Paese a potenze esterne. Era la stessa intuizione di Enrico Mattei, che aveva compreso quanto l’energia potesse diventare un’arma geopolitica.

Oggi quella visione sembra smarrita. Ma il mondo è diventato ancora più instabile: guerre regionali, tensioni commerciali, competizione sulle materie prime. In questo scenario improvvisare non è più possibile. L’Italia deve scegliere una direzione chiara: potenziare i rigassificatori, valorizzare le risorse nazionali, accelerare davvero sulle rinnovabili e riaprire senza tabù il dossier del nucleare di nuova generazione.

Serve anche una revisione fiscale. Le accise sull’energia sono diventate negli anni un bancomat permanente per lo Stato: aumentano quando i prezzi salgono, ma raramente scendono quando il mercato si raffredda.

La crisi iraniana ricorda una verità che la politica italiana continua a ignorare: l’energia non è solo un costo, è potere. Chi pianifica difende la propria autonomia. Chi non lo fa resta dipendente. E chi dipende finisce sempre per pagare il prezzo più alto.

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