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Non cede la tensione in Etiopia. Nelle ultime settimane, la crisi del Paese del Corno d’Africa è protagonista delle prime pagine della stampa internazionale. La Commissione etiopica per i diritti umani ha pubblicato un rapporto sulle violazioni commesse quest’estate, denunciando che sono stati uccisi almeno 184 civili nella regione Amhara, nel Nord del Paese.

Ma questa crisi non è nuova. Dagmawi Yimer è un regista etiope, rifugiato politico in Italia, che conosce le radici profonde e antiche di quanto succede. Un anno fa, scriveva una sorte di cronologia degli scontri interni che avrebbero portato ad una escalation, come infatti è accaduto. A giugno del 2018, prima dell’operazione per disarmare il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (Tplf) al primo ministro Abiy Hamed era stato servito il primo attentato di avvertimento: “In Piazza Meskel, centinaia di migliaia di sostenitori si erano radunati. Non molto distante da dove era seduto Abiy e i ministri, è esploso un ordigno uccidendo una persona e ferendone tante altre. I responsabili erano i servizi segreti. Il mandante, Getachew Assefa, il pericoloso capo dei servizi segreti e membro dell’esecutivo del Tplf, era già fuggito a Mekele”.

Poi, ad agosto, il presidente della regione Somalia, Abdi Ille, aveva indetto “una riunione con il consiglio regionale e di gabinetto per dichiarare la secessione mandando in onda l’esito della decisione in tv, scatenato un attacco contro i civili nel capoluogo Jigjiga nel quale morirono civili tante minoranze etniche e roghi e danni alle chiese copte”, scriveva Yimer.

A novembre, l’ultimo atto disperato del Tplf è stato l’attacco alle caserme federali nella regione del Tigray: “Come Paese, l’unica garanzia dell’unità nazionale è l’esercito federale, attaccare l’esercito è un segno chiaro per destabilizzare il Paese e mettere a rischio tante vite umane”. Dalle dichiarazioni del Tplf si apprende che hanno attaccato le caserme di sorpresa, fermando circa 10.000 prigionieri e uccidendo i soldati federali che non volevano arrendersi.

In una conversazione con Formiche.net, il regista ricorda che il tentativo di colpo di Stato in Etiopia di adesso non è un caso isolato, in tre anni ci sono stati tanti tentativi falliti. Ma ora?

Secondo Yimer, in Etiopia c’è un governo, volente o nolente, eletto da 40 milioni di elettori. E poi c’è un gruppo armato, il Tplf, che si trova nel nord del Paese. “Non si possono tenere allo stesso livello – spiega il regista -. C’è solo un gruppo armato recente che è Tplf, ma ci sono altri, come il Fronte di Liberazione Oromo, che si è staccata dal suo gruppo. Ci sono anche altri gruppi armati che hanno deposto le armi”.

Poche novità, dunque, rispetto a prima. Ma la criticità di questo momento è più esterna che interna, e si deve agli appoggi mediatici e soprattutto alle interferenze straniere per la diga, il Nilo e la posizione geopolitica della Cina e dell’America. “È questo che complica la situazione in Etiopia”, aggiunge Yimer.

“Fin dall’inizio, tra l’amministrazione Trump e Biden c’è stata una grande differenza nell’approccio del conflitto etiope – prosegue -. Trump, attraverso Pompeo, aveva denunciato l’attacco premeditato del Tplf e di internazionalizzare il conflitto. Quando è arrivato, Biden ha cambiato tutto e ha cercato di favorire il Tplf, che era un vecchio alleato dei democratici. La situazione degenera, o non si spegne, perché c’è una forte volontà di appoggiare il gruppo armato nel Tigray”.

Sul rischio che la crisi etiope si allarghi ad altri Paesi del Corno d’Africa, Yimer crede che accadrà se il Tplf dovesse continuare ad essere appoggiato dall’Occidente, e soprattutto dall’America: “L’idea è di creare un nuovo Stato che si chiami Tigray, la Grande Tigray, che comprende una buona parte dell’Eritrea”.

Per arrivare ad una riconciliazione in Etiopia sarebbe necessario coinvolgere tutte le figure all’interno del Tigray, anche quelle che lavorano con il governo federale, secondo Yimer: “Non per forza il Tigray è delegata solo al Tplf. Ci sono altri rappresentanti che vanno inclusi in questo dialogo. Così ci sarà più possibilità di raggiungere la pace […] La riconciliazione deve partire dall’interno del Paese”.

Yimer sostiene che la stabilità in Etiopia è importante per l’Italia perché c’è una responsabilità storica e interessi economici da difendere: “L’Italia non deve essere in coda alla politica estera americana […] Deve tenere in considerazioni i propri interessi in Etiopia e nella regione. L’Italia è rimasta in una posizione di neutralità e mediazione, ma non può seguire la strada della politica estera degli Stati Uniti”.

C’è anche da considerare che oltre agli Usa e l’Europa, in Etiopia anche gli arabi curano i loro interessi: “La comunità internazionale non deve fare pressione sul governo etiope in questo momento difficile. Non sono a favore al 100% sulla gestione del governo, ma non si deve fare pressione su un solo lato. Per sostenere la riconciliazione interna si devono coinvolgere tutti”.

Etiopia, cronaca di una crisi annunciata. Parla il regista Yimer

I piani regionali del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (Tplf), le precondizioni per la riconciliazione interna, l’impatto delle ingerenze straniere (dagli Usa alla Cina) e i rischi per l’Italia. Conversazione con il regista etiope, Dagmawi Yimer

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