Skip to main content

La lettura del volume “La diplomazia della rissa” di Antonio Picasso, Stefano Polli e Renato Vichi (Franco-Angeli, 2025) spinge a riflettere su un tema di grande attualità: il valore delle parole nella politica e nei conflitti internazionali. È necessaria infatti una riconsiderazione critica delle categorie tradizionali con cui si è soliti interpretare il linguaggio utilizzato dai leader in un mondo che, apparentemente, non sa più parlarsi. Lo stesso titolo del libro è una provocazione intellettuale e come ossimoro mette insieme due immagini che sembrano incompatibili. Da un lato, la diplomazia richiama misura, calcolo, pazienza, codici, linguaggio codificato; dall’altro, la rissa evoca l’eccesso, impulsività, l’azione fisica che precede la parola, scontro, rottura, il conflitto che esplode. Eppure, come mostra il libro, queste due dimensioni non si escludono: nelle relazioni internazionali contemporanee, il conflitto verbale è usato come uno degli strumenti più potenti.

Le parole, infatti, lungi dall’essere semplici veicoli di mediazione, sono spesso armi simboliche: servono a intimidire, delimitare il campo, mobilitare alleati, parlare a più pubblici. Invece di denunciare semplicemente il degrado del linguaggio politico, diventato maleducato e aggressivo, che sembra aver rinunciato a registri linguistici improntati alla civiltà, sarebbe opportuno riformulare la questione centrale del dibattito sulla comunicazione contemporanea, chiedendoci: siamo in grado di interpretare politicamente la violenza delle parole? L’ipotesi che avanzo è che la violenza verbale non sia uno scivolamento irrazionale, un fallimento del linguaggio o una perdita di controllo, né una barbarie o un atteggiamento teatrale, cioè una messa in scena innocua, fatta solo per attirare attenzione mediatica senza conseguenze reali. Al contrario va interpretata come un atto politico intenzionale e codificato, attraverso cui si misurano, sfidano e ridefiniscono i rapporti di potere, si costruiscono immagini di sé e degli altri, delimitano gli spazi entro cui il negoziato diventa possibile o, al contrario, viene sospeso.

Se non sappiamo leggere la “retorica dell’insulto” come uno strumento consapevole, rischiamo due errori ugualmente gravi: lo sottovalutiamo pensando che “sono solo parole”, oppure iper-reagiamo (trasformando la rissa verbale in conflitto reale). Se invece valutiamo la “rissa” politica non come il risultato estemporaneo di un caos puro, si può analizzare la drammaturgia del conflitto, e le sue dinamiche, comprendendo come gli insulti, le minacce velate o esplicite, i tweet aggressivi e le dichiarazioni incendiarie siano calibrati per produrre effetti politici ben precisi. In una politica populista e muscolare, dove il rispetto per le forme cede al culto dello scontro verbale e della rissa, erodendo i pilastri fondamentali della diplomazia come arte del compromesso, si riscontrano alcune dinamiche chiave sottostanti all’uso del linguaggio come arma di dissuasione o di propaganda. La prima mette in evidenza le asimmetrie di potere. Quando il linguaggio tecnico-diplomatico non basta a riequilibrare rapporti diseguali, la rissa verbale diventa un modo per forzare l’attenzione o rompere l’inerzia.

I leader non parlano più solo ai loro omologhi, ma anche – e soprattutto all’opinione pubblica interna. La rissa verbale. perché spettacolare, raggiunge rapidamente una molteplicità di pubblici, semplificando il messaggio alla ricerca del consenso ma anche sollecitando in maniera aggressiva alleanze e prese di posizioni allineate, a pena ripercussioni (dazi, aggressioni, embargo, ecc.). La violenza verbale segna la crisi delle mediazioni tradizionali. Il venir meno di sedi, rituali e tempi lunghi della diplomazia classica favorisce l’immediatezza emotiva: quando manca il filtro, la parola si fa più cruda. Non ultimo, usare un linguaggio aggressivo ha un valore performativo. Le parole usate non descrivono soltanto la realtà internazionale: la creano a proprio piacimento. Un insulto può ridefinire un nemico, una minaccia può diventare una linea rossa, una conferenza stampa può preparare o evitare uno scontro reale.

In questa prospettiva, appare chiara la scelta di un approccio costruttivista nelle relazioni internazionali, secondo cui linguaggio, identità e interessi degli attori non precedono l’interazione politica, ma si formano attraverso di essa. La violenza verbale in ambito geopolitico non sarebbe dunque un elemento accessorio o patologico, bensì una pratica discorsiva adottata per definire le categorie di amico e nemico, e delimitare l’orizzonte del politicamente possibile. Se non basta, in senso foucaultiano, non ci troveremmo di fronte a una deviazione dalla razionalità politica ma alla creazione di uno spazio di produzione di potere e di proprie verità, e non a una semplice rottura delle regole del discorso.

Il linguaggio da bar, spesso offensivo nei riguardi di altri leader, dei giornalisti, o di chiunque avanzi critiche e sospetti, non segnala quindi la fine del linguaggio politico, bensì una sua trasformazione, in cui il conflitto verbale diventa parte costitutiva dell’ordine internazionale contemporaneo, un meccanismo attraverso cui si ridefinisce chi è legittimato a parlare, quali enunciati risultano accettabili e quali forme di reazioni diventano insopportabili. In più contesti, la violenza verbale non si limita quindi a descrivere una posizione o uno stato di fatto, ma diventa un’arma di lotta. Minacciare, insultare, delegittimare non sono semplici enunciazioni, bensì atti performativi che producono effetti politici, ridefinendo obblighi, aspettative e linee di condotta. In questo senso, la sfacciataggine e la maleducazione non rappresentano il fallimento del linguaggio politico, ma una sua specifica modalità di funzionamento e una forma di potere simbolico.

Le parole non producono effetti in quanto tali, ma in quanto pronunciate da attori dotati di capitale politico e riconosciuti come legittimi. L’aggressione verbale, amplificata dai media internazionali, diventa così uno spazio di lotta per l’imposizione di una propria visione del mondo, in cui il linguaggio unito a un manifesto senso di disprezzo, serve a riaffermare gerarchie, a escludere interlocutori e a naturalizzare rapporti di forza. In sintesi, l’ipotesi che propongo è che nelle relazioni internazionali contemporanee, le parole non siano un accessorio del potere, ma una delle sue forme principali. La violenza verbale non segna il collasso della politica, bensì una sua trasformazione: il turpiloquio rappresenterebbe una delle figure più emblematiche di una “politica tossica”. L’ironia aggressiva non cerca il confronto ma l’annientamento simbolico dell’altro.

Analizzare il linguaggio rissoso, dunque, non significa giustificarlo, ma riconoscere che anche nel disordine provocato da atteggiamenti prepotenti si sta giocando una parte decisiva di un nuovo ordine internazionale, perché oggi non sono solo le armi a fare la guerra, ma anche le parole che, purtroppo, rischiano di renderla possibile. La radicalizzazione delle relazioni, infatti, rende più complessa ogni forma di compromesso, e un linguaggio sbagliato può provocare più danni dei missili. La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi abbandonare la retorica del disprezzo e riscoprire una grammatica della pace su cui fondare una politica della condivisione e della solidarietà.

Quando il conflitto verbale diventa strumento di politica estera. Scrive Bartolomucci

Di Giorgio Bartolomucci

La violenza verbale non appare come una semplice degenerazione del dibattito pubblico, ma come una pratica politica che ridefinisce i rapporti di forza. In una fase segnata da populismo e radicalizzazione, le parole diventano strumenti performativi capaci di produrre effetti concreti. Comprendere questa trasformazione è essenziale per evitare che la retorica dello scontro comprometta le condizioni stesse del compromesso diplomatico. L’analisi di Giorgio Bartolomucci, segretario generale del Festival della diplomazia

Debito comune e cooperazione rafforzata, il vero costo del gradualismo europeo. Scrive Scandizzo

Un debito europeo può diventare un fattore di sostenibilità se aumenta l’efficienza allocativa e la crescita potenziale. Può invece aggravare le tensioni se non è accompagnato da una riallocazione coerente delle competenze e da regole fiscali credibili. L’Europa si trova dunque davanti a una scelta non meramente tecnica ma costituzionale. L’analisi di Pasquale Lucio Scandizzo

Le sfide sono moltissime, ma il Piano Mattei può affrontarle. Intervista a Del Re

Il vertice Italia-Africa di Addis Abeba consolida il Piano Mattei come piattaforma operativa e multilaterale della strategia italiana nel continente. L’analisi di Emanuela Del Re evidenzia risultati, sfide e credibilità di un’iniziativa che punta su investimenti concreti, partenariato paritario e sostenibilità nel contesto della competizione globale

Nemiche, anzi no. Cosa ci dice il ritiro di alcune aziende cinesi dalla blacklist degli Usa

Venerdì mattina il Pentagono aveva inserito Alibaba, Baidu, Byd e altre società nell’elenco delle società che supportano l’esercito della Cina. Un’ora dopo, la lista era scomparsa. Probabilmente a Washington hanno immaginato la reazione di Pechino

Da intenzioni a progetti. I due anni del Piano Mattei celebrati da Meloni

Nasce un metodo, che cammina su solide gambe, spiega la premier che chiude il suo intervento ad Addis Abeba con un accenno alla saggezza africana: “Nessun sentiero si traccia senza incontrare pietre, ma è grazie a quelle pietre che noi possiamo camminare, grazie a quelle pietre che noi possiamo andare avanti”. Addis Abeba come laboratorio per una nuova forma di cooperazione, allargata e rafforzata, non con un singolo Stato ma con quei Paesi che rappresentano il futuro del mondo, dal momento che il 65% della popolazione ha meno di 25 anni

La sanremata per Mattarella, la smorfia di Gualtieri, gli shorts di Calenda. Queste le avete viste?

Dopo gli incontri con gli atleti delle Olimpiadi, Sergio Mattarella ha incontrato i partecipanti a Sanremo 2026 al Quirinale, che gli hanno dedicato una canzone. Mentre Gualtieri fa partire la corsa alle prossime elezioni amministrative, Carlo Calenda riprende a fare sport. Ecco le foto politiche degli ultimi sette giorni

Senza cultura strategica non c’è autonomia europea. L’analisi di Preziosa

Il richiamo di Sergio Mattarella a De Gasperi riporta al centro un nodo politico: senza cultura della sicurezza non c’è autonomia né tutela del modello sociale europeo. La lunga pace ha attenuato la consapevolezza del legame tra deterrenza, sovranità e welfare. Oggi programmi come Gcap e Fcas misurano il divario tra integrazione economica e responsabilità strategica. Investire in difesa non riduce il welfare, ma ne protegge le condizioni di esistenza. L’analisi di Pasquale Preziosa, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, membro esperto del Comitato scientifico Eurispes

Mobilità qualificata e cooperazione industriale. Il corridoio Italia-Marocco nel quadro del Piano Mattei

Il programma Thamm Plus tra Italia e Marocco nel settore della meccatronica mostra come formazione certificata, regole chiare e collaborazione con le imprese possano trasformare la mobilità in uno strumento di sviluppo condiviso. Un modello coerente con l’approccio del Piano Mattei alla cooperazione con l’Africa

Bangladesh e Fratellanza. Le elezioni a Dacca viste da Roma

Le elezioni in Bangladesh segnano una svolta politica che ridimensiona l’islamismo, mentre a Roma un volume sul terrorismo bengalese richiama l’attenzione sui rischi della radicalizzazione. Tra Dacca e il Senato italiano si delinea così un filo diretto che intreccia sicurezza interna, diaspora e stabilità regionale, mostrando come il futuro del Paese asiatico riguardi anche l’Europa

Come garantire la sicurezza nel mondo delle grandi potenze? Le risposte da Monaco

Si apre la conferenza di Monaco: quando Merz sottolinea che, in futuro, Pechino potrebbe trovarsi sullo stesso piano degli Stati Uniti in termini militari tocca il tema centrale nelle dinamiche non solo euroatlantiche, ma soprattutto indopacifiche. Il cancelliere ha avvertito che la Cina “sfrutta sistematicamente le dipendenze altrui” e sta “ridefinendo l’ordine internazionale a proprio favore”. La risposta europea non può che ritrovarsi in una strategia di lungo respiro che poggi su una realtà chiamata Nato

×

Iscriviti alla newsletter