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L’ottima analisi di Salvatore Zecchini (pubblicata il primo ottobre su questa testata) della Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef) proprio perché riguarda “le ombre” complessive del documento può indurre i lettori a non porre adeguatamente l’attenzione su quello che rischia il problema centrale della gestione della politica economica italiana: il debito della pubblica amministrazione.

Credo sia importante, innanzitutto, utilizzare il termine tecnico e non quello giornalistico di debito pubblico che dà l’impressione si tratti di debito del Paese o della Nazione Italia. Infatti, uno dei paradossi italiani è che al debito contratto dalla Pubblica amministrazione (per un terzo sul mercato internazionale) corrisponde una ricchezza finanziaria ed immobiliare privata quasi di pari consistenza. Dato che si sta mettendo in cantiere una riforma tributaria, se ci saranno problemi sul fronte del debito della pubblica amministrazione chiunque sia al governo avrà una forte tentazione di risolverli, almeno in parte, mettendo mano su tale ricchezza in vari modi- da una revisione “mirata” degli estimi catastali ad un’imposta sulla fortuna alla francese.

Il presidente del consiglio Mario Draghi ha ribadito che non sarà il suo governo ad aumentare il prelievo tributario, ma un’eventuale crisi del debito della pubblica amministrazione non è imminente. E non è affatto detto che sarà lui od un Esecutivo da lui presieduto a doverla affrontare. Un capitolo della Nadef è dedicato ad analisi di reattività sull’andamento del debito della pubblica amministrazione, ossia su tracciare scenari relativi alla sua consistenza al mutare di alcune ipotesi. Esercizio encomiabile, che tuttavia trascura due ipotesi-chiave:

a) andamento dell’inflazione e, quindi, delle politiche monetarie

b) il futuro prossimo del Patto di Crescita e di Stabilità e, quindi, di forti vincoli europei al rientro del debito della Pubblica amministrazione.

Sul primo punto, l’inflazione è in ripresa. Come sottolineato su questa testata, per il momento, pare che il fenomeno sia originato da strozzature dal lato dell’offerta (in un fase di rapido aumento della domanda specialmente di alcuni beni e servizi). Fenomeno, quindi, che sembra di breve durata in quanto tale ed a cui si può facilmente portare rimedio. Sempre su questa testata si è sostenuto che è meglio sospendere il giudizio sulle spinte inflattive e sulla loro robustezza.

Meno ottimisti i banchieri centrali nel consueto simposio di fine agosto a Jackson Hole: la ripresa della domanda, e dell’economia dei Paesi Ocse (e della Cina), è tale di suggerire di porre gradualmente fine alle politiche monetarie “non convenzionali” che hanno consentito la crescita del debito delle pubbliche amministrazioni, senza grandi traumi. La Banca centrale europea cesserà a partire della prossima primavera alcune misure “non convenzionali” che hanno favorito principalmente, anche se non esclusivamente, l’Italia. La Nadef non incorpora né nello scenario di base né nell’analisi di reattività questi elementi.

Sul secondo punto, pare essersi una convergenza tra economisti italiani e consulenti del governo che il Patto di Crescita e Stabilità (per ora sospeso) o resterà ibernato oltre la fine del 2022 o verrà modificato. Ed è difficile vedere su cosa si basa tale convergenza perché nove su 27 Stati dell’Unione europea (Ue) si sono espressi in favore della sua riattivazione (senza cambiamenti) entro l’estate del 2022. Inoltre uno dei risultati delle elezioni nella Repubblica Federale Tedesca è che Freie Demokratische Partei sarà determinante quale che sia la coalizione che verrà costituita. Il suo giovane leader, Christian Lindner, ha già messo il cappello sul Ministero Federale delle Finanze: le sue idee in materia di unione monetaria europea e di politiche di bilancio sono note e non certo favorevoli ad un ammorbidimento del Patto di Crescita e Stabilità.

La Nadef presuppone, correttamente, di abbattere gradualmente il debito della pubblica amministrazione tramite la crescita stimolata dagli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e sottolinea che gli effetti delle riforme si avvertiranno solo gradualmente. Occorre chiedersi se il contesto internazionale consentirà di attendere i risultati della crescita e se gli investimenti del Pnrr avranno luogo nei tempi previsti.

Per il momento non sono neanche decollati. I Commissari straordinari alle grandi opere nominati dal governo negli ultimi sei mesi lanciano l’allarme: le procedure speciali del Pnrr non partono, non sono stati ancora nominati gli organi che dovrebbero accelerare l’approvazione dei progetti con le corsie veloci del Decreto infrastrutture, i Dpcm di nomina dei Commissari non mettono a disposizione risorse e strutture tecniche straordinarie per centrare obiettivi anche essi straordinari.

Alcuni Commissari hanno denunciato il pericolo che la pubblica amministrazione non marci compatta sugli obiettivi fissati e che la mancata attuazione delle norme del Decreto Legge Semplificazioni rallenti il decollo delle opere loro assegnate. A quattro mesi dal varo del DL “Semplificazioni” e a due mesi dalla conversione in Legge, mancano due organi che sono il riferimento chiave dell’intero impianto normativo, due organi che hanno il compito di approvare in tempi certi i progetti:

a) la Commissione bis per la valutazione di impatto ambientale (per cui è stato avviato un bando, ma che doveva essere nominata entro il mese di luglio scorso)

b) il Comitato speciale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Quindi, l’ipotesi di ridurre il debito della Pubblica amministrazione tramite la crescita innescata dagli investimenti del Pnrr merita un’attenta verifica.

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