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Erano passate poche ore della liberazione in Canada di Meng Wanzhou – dirigente di Huawei e figlia del fondatore del colosso cinese, arrestata tre anni fa su mandato degli Stati Uniti e rilasciata in virtù di un accordo con la giustizia americana – che la Cina ha scarcerato due cittadini canadesi, l’ex diplomatico Michael Kovrig e l’uomo d’affari Michael Spavor, finiti in manette in Cina pochi giorni dopo il fermo di “Lady Huawei” nel dicembre 2018 con l’accusa di spionaggio.

Meng si è formalmente dichiarata non colpevole ma secondo quanto riferito dal dipartimento di Giustizia ha ammesso di aver fatto “false dichiarazioni” e di aver “nascosto la verità” al dirigente Hsbc dell’epoca sulle “attività di Huawei in Iran”, un Paese soggetto a sanzioni statunitensi e internazionali.

La sua vicenda si è sempre intrecciata con quelle dei due Michael, nonostante, accogliendola in patria, i media cinesi non abbiano fatto alcun riferimento a Kovrig e Spavor, atterrati in Canada nella mattinata di sabato. La loro detenzione, infatti, è sempre stata vista dal Canada e dagli Stati Uniti come un’azione di “diplomazia degli ostaggi”, una misura di ritorsione dopo l’arresto di “Lady Huawei”.

Siamo davanti alla “quintessenza delle aggressioni ‘da zona grigia’” tra guerra e pace spiega Elisabeth Braw, senior fellow dell’American Enterprise Institute e firma di Foreign Policy, a Formiche.net.

A questi “strumenti” utilizzati per indebolire un altro Paese con mezzi diversi da quelli tipici dei conflitti armati, che hanno costi e rischi ridotti per chi li adotta (come Cina e Russia) e che invece richiedono alle società aperte di coinvolgere tutti i loro settori per contrastarle con efficacia, Braw ha dedicato un volume, The Defender’s Dilemma, in uscita tra pochi giorni.

“Fate qualcosa che non ci piace, e noi tratteniamo un vostro cittadino a caso per fare pressione su di voi fino a quando non cambierete la vostra decisione”. Così l’esperta spiega questo strumento adottato dalla Cina nel caso che coinvolge Meng e i due Michael. Una carta che ha tentato di giocare recentemente anche il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, con il ricatto dei migranti all’Unione europea.

Braw non ha dubbi: “Questa partita l’ha vinta la Cina perché la manager di Huawei è ora di nuovo nel Paese nonostante abbia ammesso alcuni dei reati contestatigli dalla giustizia americana”, spiega. Ma “è una vittoria di Pirro”. Pechino “non si rendere conto che trattando così gli altri Paesi, questi tenderanno a non voler cooperare su molte questioni. Con che sicurezza le aziende occidentali continueranno a guardare alla Cina?”, si chiede l’esperta.

Ci sono altri due lati della vicenda. Il primo: Huawei ha sempre sostenuto, in particolare ribattendo alle accuse statunitensi di spionaggio per conto del governo cinese, di essere un’azienda privata. In questo caso, però, Pechino si è impegnata verso la società arrivando fino alla detenzione di due cittadini canadesi. “Soltanto per forzare” il governo di Ottawa a cedere, osserva Braw. “Facendo questo, il governo cinese sembra riconoscere di essere fortemente collegato a Huawei”.

Il secondo riguarda la decisione dell’amministrazione statunitense di Joe Biden, che di fatto ha ribaltato l’impostazione di quella precedente guidata da Donald Trump. Lo stesso ex presidente aveva fortemente politicizzato la faccenda dichiarando a Reuters, nel dicembre 2018, di essere pronto a intervenire personalmente nel caso ciò si fosse rivelato utile per raggiungere un accordo commerciale con la Cina. “Qualsiasi cosa sia buona per questo Paese, la farei”, aveva spiegato. La svolta “nulla ha a che fare” con un’eventuale necessità di Washington di rassicurare Ottawa dopo il patto a tre con Canberra e Londra, osserva Braw. Piuttosto, è stata motiva dal fatto che “la situazione era ormai insostenibile per il Canada, presa nel mezzo” della contesa tra Stati Uniti e Cina, in cui è “innocente”, conclude.

Quella cinese su “Lady Huawei” è una vittoria di Pirro, dice Braw (Aei)

Lady Huawei è tornata in Cina, i due Michael in Canada. Ma secondo Elisabeth Braw, senior fellow dell’American Enterprise Institute, Pechino non si rende conto delle implicazioni a lungo termine della vicenda

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