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Nella situation room del Pentagono, un maxi schermo videowall extra large e tridimensionale con pannelli ingrandibili, aggiorna in tempo reale lo scenario complessivo dell’attacco all’Iran.

Le immagini satellitari continuano a evidenziare la distruzione sistematica di silos e rampe missilistiche, siti strategici, centri radar, aeroporti, bunker del programma nucleare, depositi, attracchi marittimi e imbarcazioni militari, capisaldi delle guardie della rivoluzione, centrati dai missili Usa e israeliani, dai bombardamenti aerei e dai droni. Immagini che fanno trattenere il fiato a tutti, quando mostrano l’avvitamento di tre caccia F-15E Strike Eagle statunitensi abbattuti per errore dalla contraerea del Kuwait.

È un quadro d’insieme della total cyber war e dell’escalation in progress, con una schiacciante superiorità aerea e il totale controllo dei cieli, che sta azzerando tutte le capacità e le risorse belliche della repubblica islamica, che ormai può contare esclusivamente sullo schieramento di truppe trincerate in bunker, ma esposte ad ogni tipo di attacco e non in grado di uscire allo scoperto in campo aperto.

A Teheran, terrore e speranze da parte dei giovani, si alternano allo shock dei Pasdaran per l’eliminazione di Ali Khamenei, che nonostante gli strepiti propagandistici degli ayatollah, ha innescato l’implosione del regime. Il vuoto di potere e la decapitazione delle strutture centrali di comando hanno provocato una frammentazione di iniziative da parte di singoli reparti di Guardiani della Rivoluzione dislocati soprattutto nelle province periferiche che hanno reagito agli attacchi con lanci missilistici contro l’Arabia Saudita e gli stati arabi del golfo.

Lanci indiscriminati che si stanno rivelando un colossale boomerang perché isolano ulteriormente l’Iran, alienandogli la vicinanza di Paesi che molto si erano spesi per evitare il conflitto. “La pressione militare aumenterà esponenzialmente nelle prossime ore. Non daremo loro il tempo di riorganizzarsi sotto un nuovo comando”, hanno affermato i comandi Usa e dell’Israel Defense Forces.

Dal monitoraggio delle strade della capitale e delle principali città, si avverte una tragica duplice incertezza. Mentre i fedelissimi del regime, guidati dalle poche unità delle milizie Basij, i pretoriani di Khamenei, ancora operative, invocano una velleitaria vendetta apocalittica, si moltiplicano i segnali di insurrezione nelle periferie e tra i movimenti studenteschi.

Giovani e gruppi di opposizione interna che sembrano voler cogliere quella che il Presidente Donald Trump ha definito “l’occasione storica” ​​per abbattere definitivamente il regime degli ayatollah, alimentando tuttavia il rischio concreto di una guerra civile fratricida sotto la pressante onnipresenza dei jet stealth americani e israeliani. Al Pentagono si sta valutando in proposito l’eventuale intervento di droni e se possibile, viste le distanze, anche di elicotteri blindati d’attacco Apache, a sostegno degli insorti.

Tensioni e incertezze alimentate anche dal protagonismo di Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida Suprema, che sta tentando di mobilitare le ultime frange delle guardie della rivoluzione per mantenere il controllo sul distretto governativo, scontrandosi però con la diffidenza di parte dell’esercito regolare che teme un annientamento totale in caso di resistenza prolungata.

Sono ore cruciali, fra “il si salvi chi può” e le faide fra le fazioni del regime. Oltre ai missili, ai caccia bombardieri e ai droni di Stati Uniti e Israele, sull’Iran aleggia infatti lo spettro del tutti contro tutti che ha caratterizzato negli anni scorsi Libano ed Iraq ed attualmente la Libia.

Prospettiva che tanto Washington quanto Gerusalemme, nonché l’Europa, faranno di tutto per scongiurare, tentando di incardinare una situazione istituzionale condivisa ed evitare le conseguenze economiche della totale destabilizzazione petrolifera del Medio Oriente.

Destabilizzazione soltanto in minima parte già avvertita con l’impennata dei prezzi di greggio e gas, il parziale blocco delle rotte aeree fra occidente e Asia, il marasma dei mercati finanziari e degli scambi commerciali.

I missili lanciati alla cieca dai Pasdaran contro le monarchie arabe, invece che allargare il conflitto in realtà l’hanno circoscritto alla necessità di eliminare quanto prima e una volta per tutte il regime islamico di Teheran e trasformare l’Iran in un pacifico Paese, grande produttore e fornitore di petrolio per tutti.

Aerei nemici nei cieli, oppositori sul terreno. Così si sfalda il regime degli ayatollah

“L’operazione condotta da Stati Uniti e Israele potrebbe segnare un punto di svolta per gli equilibri regionali e aprire la strada ad un nuovo Medio Oriente di pace, sviluppo e crescita”, ha affermato il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani nell’informativa urgente davanti alle commissioni Affari esteri e Difesa di Camera e Senato. L’analisi di Gianfranco D’Anna

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