Skip to main content

I numeri raccontano meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale quanto profondamente la guerra tra Stati Uniti‑Israele e Iran abbia infranto l’illusione di sicurezza del Golfo.

Secondo dati preliminari raccolti dai governi della regione – non definitivi né indipendentemente verificati – tra il pomeriggio del 28 febbraio e il 1° marzo l’Iran avrebbe lanciato almeno 500 missili e oltre 800 droni (oltre 800 attacchi) contro dieci Paesi, dal Bahrain agli Emirati Arabi Uniti, da Israele alla Giordania, fino a Kuwait, Qatar e Iraq. Solo gli Emirati hanno riferito di aver intercettato 165 missili e 541 droni, un volume di fuoco in meno di ventiquattro ore paragonabile a quello utilizzato da Teheran contro Israele nell’intera escalation della Guerra dei 12 Giorni (nel giugno scorso).

Se confermati, questi dati segnano una svolta storica: le monarchie del Golfo — per decenni protette dall’ombrello di sicurezza statunitense, ospitando basi americane — sono diventate bersagli diretti di un confronto regionale su larga scala. E c’è un’immagine che più di qualche altra rappresenta la criticità di quanto succede: il Burj al Arab in fiamme, colpito da un drone iraniano.

L’hotel sette stelle incarna l’ascesa di Dubai come polo globale: lusso, ingegneria (costruito su un’isola artificiale) e architettura (la celebre forma a vela), raccontano l’emancipazione politica, sociale, culturale ed economica dell’emirato più famoso degli Emirati. Colpire il Burj al Arab significa colpire la narrazione stessa dell’emirato come hub sicuro del turismo, della finanza e dei servizi. Il messaggio implicito è che quel presupposto — sicurezza e inviolabilità — non vale più: né per l’hotel e l’area di Dubai Marina, dove turisti e businessman da tutto il mondo trascorrono pomeriggi e serate tra mare e locali, né per infrastrutture critiche come l’aeroporto internazionale che rende possibili le connessioni globali dei Dubai.

La sequenza degli eventi suggerisce che non si tratti di una semplice escalation ma della fine di un’era. I raid coordinati di Washington e Tel Aviv contro obiettivi militari e politici iraniani, definiti da Donald Trumpmajor combat operations”, hanno portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, decapitando il vertice simbolico della Repubblica Islamica. Una risposta su vasta scala lungo l’arco del Golfo — contro basi statunitensi, infrastrutture civili e snodi logistici — appariva quindi quasi inevitabile, prevedibile. Teheran ha accompagnato la risposta militare con una mobilitazione simbolica: la bandiera rossa issata sulla moschea di Jamkaran, tradizionale segnale sciita di vendetta, indica che il conflitto è percepito come esistenziale per il regime.

Per anni, le capitali del Golfo hanno investito trilioni di dollari per diventare piattaforme globali di commercio, turismo, finanza e logistica, puntando anche — soprattutto nella seconda metà dell’ultimo decennio — sulla de‑escalation con Teheran per proteggere economie iperconnesse. Oggi quella strategia mostra tutta la sua fragilità: Dubai, Doha e Abu Dhabi, Manama, Kuwait City — nodi centrali della geoeconomia mondiale — sono esposte direttamente al conflitto.

La vulnerabilità economica spiega la prudenza delle monarchie. A differenza dell’Iran, sotto sanzioni da anni, hanno molto più da perdere in termini di reputazione, flussi turistici, investimenti e stabilità finanziaria. Da qui la scelta di condannare gli attacchi senza aprire, almeno per ora, a una rappresaglia su larga scala.

La crisi ha già superato la dimensione territoriale, entrando nel cuore della geoeconomia globale. L’attacco iraniano a una petroliera a nord del porto di Khasab, nello stretto di Hormuz — il chokepoint energetico più importante al mondo — dimostra che il conflitto minaccia direttamente le rotte petrolifere. L’evacuazione dell’equipaggio multinazionale della nave evidenzia come lo scontro si ormai sfociato anche nella sfera della sicurezza marittima delle rotte globali che tagliano la regione indo-mediterranea.

Il settore privato ha reagito con rapidità. La compagnia francese CMA CGM, terzo operatore mondiale di container, ha ordinato alle proprie navi nel Golfo di cercare riparo e sospeso il passaggio attraverso Suez, una decisione che rischia di ridisegnare nuovamente le rotte Asia‑Europa e aumentare i costi del commercio globale – dopo che, per oltre un anno, i navigli mercantili internazionali avevano dovuto circumnavigare l’Africa per evitare di finire sotto gli attacchi degli Houthi, tra i proxy iraniani che avevano usato il conflitto Israele-Hamas per sfogare anche i propri interessi. In parallelo, l’assenza di un rilascio immediato dalle riserve petrolifere strategiche statunitensi segnala che Washington ritiene l’impatto sui prezzi contenuti. In attesa della riapertura occidentale per valutare quanto ciò che sta accadendo abbia impattato anche la sicurezza energetica, i dati odierni proiettano il costo del Brent sopra i 100 dollari.

Dietro la crisi si intravede inoltre una dinamica politica più complessa. Secondo ricostruzioni emerse sul Washington Post, la decisione americana di colpire l’Iran sarebbe stata preceduta da pressioni congiunte di Arabia Saudita e Israele, una convergenza strategica anti‑iraniana che convive con la prudenza pubblica dei leader del Golfo. L’occasione di liberarsi del nemico esistenziale, la Repubblica Islamica sciita, è un’occasione troppo ghiotta sia per lo Stato ebraico che per i regni sunniti?

Parallelamente si sta aprendo una battaglia narrativa sulla sicurezza del Golfo. L’Iran sostiene — e lo fa coi fatti, con gli attacchi — che la presenza militare americana rende la regione un bersaglio inevitabile e presenta l’Oman, storicamente mediatore e privo di grandi basi Usa, come modello alternativo (seppure anch’esso finito sotto alcuni, più controllati, bombardamenti). Il messaggio ai Paesi della regione è: se ospitate basi statunitensi siete dei bersagli potenziali. Israele, invece, utilizza gli attacchi contro le capitali del Golfo per dimostrare che la minaccia iraniana non riguarda solo lo Stato ebraico ma l’intero sistema regionale. Le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo si ritrovano così nella posizione di spettatori riluttanti di un conflitto su cui si gioca anche parte del loro destino strategico.

Il risultato è che il Golfo non è più un osservatore esterno delle crisi mediorientali ma ne ê epicentro economico e geopolitico. Anche se l’Iran non dispone della potenza di fuoco per paralizzare a lungo la regione, un precedente è stato creato: le città‑hub che incarnavano la promessa di stabilità post‑petrolio sono ora esposte direttamente alle logiche della guerra.

Cinzia Bianco, esperta del Golfo presso l’European Council on Foreign Relations, spiega a Formiche.net che i Paesi della regione avevano fatto di tutto per evitare questo scenario. “Non solo l’Oman, che ha investito enormemente nella mediazione, ma anche gli altri Stati del Golfo hanno cercato di presentarsi compatti e di inviare a Trump lo stesso messaggio: questa era una guerra che non conveniva a nessuno, soprattutto agli Stati Uniti”, osserva. Secondo Bianco, il timore condiviso era proprio quello di un conflitto lungo e devastante, capace di espandersi ad altri teatri e di colpire duramente il business e la stabilità regionale.

“La risposta iraniana contro gli interessi americani nella regione era ampiamente prevista e rientrava in una logica di ritorsione calibrata”. Ma il vero punto di svolta è capire quanto Teheran deciderà di approfondire gli attacchi su obiettivi oltre le installazioni statunitensi. ”All’interno dei Pasdaran – spiega Bianco – esistono correnti favorevoli a un’escalation spettacolare che costringerebbe le monarchie del Golfo, politicamente, a sostenere apertamente le operazioni militari americane: cosa che finora hanno evitato”.

I leader del Golfo si trovano così di fronte a scenari ugualmente inquietanti per l’esperta: ”Il collasso totale del regime iraniano e il caos regionale che ne deriverebbe, l’emergere di un nuovo regime ancora più aggressivo, oppure una sopravvivenza indebolita della Repubblica Islamica che finirebbe per rafforzare soprattutto Israele”. In questo quadro, ”segnali di solidarietà tra attori regionali, come i contatti tra Arabia Saudita ed Emirati, vanno letti con cautela: potrebbero non tradursi in un vero superamento delle profonde tensioni esistenti, mentre resta aperta la domanda su quanto questa solidarietà contingente possa evolvere in una posizione comune più strutturata”.

Golfo, così la guerra Iran-Usa-Israele infrange la sua illusione di sicurezza

Un’ondata senza precedenti di attacchi iraniani ha infranto la sicurezza del Golfo, esponendo hub economici e rotte energetiche globali a rischi diretti e ridefinendo gli equilibri regionali. Secondo Cinzia Bianco (Ecfr), le monarchie avevano cercato di evitare il conflitto, ma ora rischiano di essere trascinate tra escalation iraniana e pressione nel sostenere apertamente le operazioni Usa

La terza Guerra del Golfo è già regionale. Preziosa spiega perché

Se questa è davvero la terza Guerra del Golfo, essa non replica le dinamiche del 1991 o del 2003. Non è guerra di occupazione né di mobilitazione di massa. È una guerra di precisione e di soglia, condotta attraverso missili, droni, cyber-operazioni e sistemi di allerta e risposta accelerata. L’analisi del generale Pasquale Preziosa, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, membro esperto del Comitato scientifico Eurispes

Decapitato il regime iraniano, quali conseguenze nel lungo periodo? Gli scenari secondo Bozzo

Che gli attacchi mirati alla leadership siano visti con favore da parte della popolazione, come dimostrerebbero tante immagini provenienti dal Paese, e possano dare impulso a un regime change è quanto auspica il presidente americano e sperano gli israeliani. D’altro canto, la forza militare e il rilievo economico dei Pasdaran è un altro e diverso dato di fatto, al pari dell’assenza di una vera, solida rete di forze politiche di opposizione

Vi spiego le implicazioni strategiche della morte di Ali Khamenei. Parla il prof. Teti

“L’Iran è un attore chiave nello scacchiere mediorientale. Un vuoto di leadership potrebbe temporaneamente rallentare la proiezione esterna di Teheran, ma non necessariamente indebolirla strutturalmente. Le reti di influenza in Libano, Siria, Iraq e Yemen sono ormai istituzionalizzate. Il punto critico riguarda la deterrenza verso Israele e il rapporto con le monarchie del Golfo”. Intervista al professor Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, docente dell’Università G. d’Annunzio

Peace through commerce, per un nuovo ordine mondiale basato sulle regole

Dopo i raid di Stati Uniti e Israele in Iran, il “peace through commerce” rappresenta la leva per un ordine internazionale fondato su regole e interdipendenza economica. Il commento di Simone Crolla, managing director di Amcham

Le Pen, AfD e la crescita dei partiti nazionalisti in Europa. L'analisi di Petrolo

Di Domenico Petrolo

Domenico Petrolo, nel suo ultimo volume “La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare”, FrancoAngeli – di cui pubblichiamo un estratto – analizza, tra gli altri temi, l’impatto della questione dell’immigrazione sui partiti identitari a livello europeo. In Germania, in particolare, l’Alternative fur Deutschland, fondato nel 2013 da accademici tedeschi come partito principalmente euroscettico, cambia pelle nel luglio del 2015 quando prevale la sua ala più nazionalista e populista, trasformandolo in un partito anti-immigrazione e xenofobo

Legge elettorale, adesso può funzionare. Il commento di Merlo

Si tratta di una proposta, quella presentata dalla maggioranza di governo che, tutto sommato, coglie alcuni aspetti decisivi ed essenziali del nostro sistema politico. E questo perché la sfida di fondo è sempre una sola. Ovvero, come conservare la presenza politica e culturale dei partiti e, al contempo, costruire coalizioni che siano il più possibile esenti e immuni dalla tentazione trasformistica e opportunistica

Emergenza patrimonio culturale. Perché non sviluppare una prassi operativa di intervento?

Dal Teatro Sannazaro al Museo della Sibaritide fino alla Torre dei Conti, l’ultimo anno ha messo a nudo la vulnerabilità del patrimonio culturale italiano di fronte a eventi straordinari. Potrebbe essere utile l’attivazione di un’Agenzia per la gestione delle emergenze derivanti da calamità naturali o antropiche da incardinare all’interno del ministero della Cultura. Un soggetto organizzativo che, in caso di calamità, possa attivare una procedura basata su accordi già sviluppati con soggetti pubblici e privati. La proposta di Stefano Monti

Teheran non è il vero obiettivo. Occorre guardare più a Est

Colpire Teheran oggi significa decapitare il principale finanziatore e coordinatore di tutti i teatri di crisi che, negli ultimi vent’anni hanno costretto gli Stati Uniti a disperdere forze, attenzione e risorse. Una volta neutralizzato l’Iran (e con esso i suoi proxy), il Medio Oriente potrà essere gestito con un impegno ridotto: alleanze con i sunniti del Golfo, presenza navale minima, deterrenza israeliana rafforzata. Il “fronte secondario” si chiude. Resta solo quello principale: la Cina

Melania Trump al Consiglio di Sicurezza Onu. Cosa significa e perché è un precedente storico

Di Carlo Curti Gialdino

Il 2 marzo il Consiglio di Sicurezza Onu sarà presieduto, per la prima volta, da Melania Trump. Una scelta voluta da Donald Trump che inaugura una diplomazia “formato famiglia”, spostando il baricentro dalla funzione alla persona. Resta l’incognita: l’effetto mediatico basterà a produrre risultati concreti nel Palazzo di Vetro? Le riflessioni di Carlo Curti Gialdino, vicepresidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale

×

Iscriviti alla newsletter