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Qualche giorno fa un ragazzo di 31 anni, è stato ucciso. È stato ucciso per le proprie idee politiche. È stato ucciso per il proprio attivismo.
Prima di sottolineare che quel ragazzo si chiamasse Charlie Kirk, e prima ancora di indicare con quale schieramento politico si identificasse, è bene ricordare che era un essere umano che è stato ucciso per le proprie idee e per il modo “efficace” con cui tali idee venivano divulgate.

È chiaro che qui non si intenda in alcun modo fare un’apologia di Kirk. L’incipit di questa riflessione, pur essendo un artificio retorico che sicuramente verrà utilizzato da chi in questo momento vuol fare di Kirk un simbolo, viene qui utilizzato per portare la riflessione su un punto che non deve assolutamente essere posto in secondo piano: la necessità di generare una società che impari nuovamente il dibattito e lo scontro verbale come strumento per non cedere agli estremismi di una fazione o dell’altra, non perché idee radicali siano necessariamente sbagliate, ma perché spesso le polarizzazioni e l’abuso di ideologia minano la capacità di libero arbitrio, che invece dovrebbe rappresentare la condizione di base delle nostre democrazie.

Chi fosse Charlie Kirk sarà ormai noto a tutti: attivista politico di destra, con posizioni da alcuni definiti estremiste, Charlie Kirk era il riflesso di una serie di valori senza dubbio radicali. Contrario all’aborto, ostile all’immigrazione, ostile alle comunità LGBTQ+, favorevole alle armi, fortemente religioso, sfidava nei campus universitari ragazze e ragazzi che lo contestavano attraverso un dibattito pubblico riportando poi sui social i momenti chiaramente più utili alla propria causa.

Il suo omicidio ha chiaramente diviso l’opinione pubblica: per alcuni ora Charlie Kirk diverrà un martire, per altri ha raccolto i frutti di una violenza che seminava, per altri ancora è un errore perché chi lo ha ucciso ha fatto il gioco dell’estrema destra. In pochi, però, hanno ragionato in termini non “schierati”, confermando l’assoluta urgenza di riflettere sul nostro sistema democratico.

In un mondo che amiamo chiamare occidentale, e che dichiara di fondarsi sull’uguaglianza di tutti, un ragazzo è morto perché promuoveva un punto di vista divisivo, e divisive sono le riflessioni che riguardano l’omicidio.

Cerchiamo di contestualizzare: nel corso degli ultimi decenni, il potere politico ha man mano ceduto quote di rilevanza alle dimensioni finanziarie, che oggi, soprattutto in alcuni Paesi, giocano un ruolo centrale all’interno della dimensione pubblica. In Europa i partiti politici hanno man mano perso quella capacità di rappresentare i cittadini, e dopo decenni di moderatismo forzato, le forze politiche più radicali stanno nuovamente guadagnando consensi. I flussi informativi costanti hanno portato ad un tendenziale minore approfondimento delle notizie, di cui ci si limita spesso a leggere il titolo, manovrato ad arte per essere d’appeal, e gli algoritmi dei social network, che vengono utilizzati sempre più come fonte di informazione, tendono a promuovere una visione unilaterale della realtà.

In alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, la prevalenza demografica di persone adulte, se non anziane, tende a ridurre notevolmente la capacità di emersione di nuove forme di pensiero di gestione della cosa pubblica, che viene gestita attraverso organizzazioni complesse e diramate, in ognuna delle quali coabitano differenti categorie di “pensiero”, e di affiliazione più o meno dichiarata, nata nel corso degli anni.

Sullo sfondo, un mondo sempre più divisivo, con guerre in corso di cui è realmente difficile tracciare i confini sia bellici, che geopolitici, e avanzamenti tecnologici sempre più rapidi e sempre più disorientanti.

In relazione alle intelligenze artificiali, qualche mese fa, un editoriale di Nature (Writing is thinking – Scrivere è pensare), ha ricordato come “scrivere” rappresenti un elemento essenziale per la formazione di nuove idee. D’altra parte, ciò che almeno in parte è risultato essere un vantaggio evolutivo di noi Sapiens è stata la capacità plastica del nostro cervello, grazie alla quale, come affermato dall’evoluzionista Pievani in una delle sue lezioni, la componente “culturale” (qui tra virgolette perché parliamo di centinaia di migliaia di anni fa), ha avuto un ruolo sulla componente biologica dell’essere umano.

Dopo l’omicidio di Kirk, probabilmente, è necessario ricordarci che non solo “scrivere” è pensare, ma anche soltanto “parlare” può rivelarsi essere un esercizio importante per sviluppare il nostro cervello, tenerlo allenato.

Secondo quanto indicato dalla storia dell’umanità, sia prima che dopo la storia, il confronto con l’altro è da sempre uno degli elementi più importanti della nostra evoluzione. E per fugare ogni pensiero buonista, con confronto si può intendere anche lo scontro, la guerra, le invasioni, le battaglie. Basta guardare a quanto della nostra attuale cultura sia in realtà il frutto di connessioni (pacifiche o meno) avvenute tra popolazioni di Paesi differenti.

La storia d’Europa è praticamente piena di conflitti, sia che riguardassero conflitti tra Paesi differenti o conflitti tra persone che avevano idee differenti. Rivolte, rivoluzioni, battaglie erano in fondo abituali e normali.

Erano le modalità con cui differenti aggregazioni di potere e di pensiero si avvicendavano nel tempo. Recentemente, però, la nostra società ha deciso che tale dinamica non era accettabile e che il pensiero di chiunque fosse legittimo, e che la rappresentatività del potere potesse essere il frutto di una grande adesione di cittadini ad una determinata linea interpretativa del mondo.

A fronte di ciò, tuttavia, ci troviamo oggi a dover riconoscere che la rappresentatività è fortemente influenzata dal potere economico e finanziario. Che la dimensione demografica tende a rallentare un processo di rinnovamento democratico. Che le persone si interessano sempre meno di politica. Che pur riuscendo a garantire una grandissima adesione politica ci si può trovare poi impossibilitati ad impostare una linea di governo coerente nel tempo a fronte della separazione tra potere politico e amministrativo, che è una delle tutele più importanti per la nostra democrazia.

In questo quadro, emerge facilmente quanto la cultura debba riassorbire una funzione che sta man mano perdendo di incisività all’interno della dimensione fruitiva: la capacità di essere un allenamento costante al rapporto con qualcosa di alieno da noi.

Una dimensione che la fruizione mordi e fuggi difficilmente riesce a trasferire e che invece rappresenta proprio la base della forza che da sempre la cultura possiede. Confrontarsi con gruppi sociali in cui era possibile sposare donne bambine può generare fastidio, ma quel fastidio è fondamentale. Comprendere che la grandezza di un autore o di un artista non è direttamente proporzionale alla stima che si possa avere per la sua persona è un altro elemento che tendiamo a dimenticare.

Nella storia umana, sono stati tantissimi i momenti in cui la violenza era un mezzo accettato per poter salire al potere. In tantissimi Paesi, questo accade ancora oggi.

Se però la nostra democrazia ha deciso che non è quello il meccanismo che funziona, che non è la forza o la violenza il mezzo attraverso il quale potersi imporre su altri gruppi sociali, allora è necessario fare in modo che le altre opzioni siano realmente percorribili.

Educare al dibattito, scrivere e leggere libri che ci offendono. Produrre e guardare film che ci scuotono. Esporre e fruire opere che riflettono pensieri non legati alla mera forma. Allenarsi al dissenso, piuttosto che evitare qualsiasi forma di “statement” per non perdere consensi.
Allenarsi ad essere cittadini, oppure abdicare a tale ambizione. Si tratta di una scelta che non possiamo rimandare ancora per molto tempo.

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Allenarsi al dissenso, piuttosto che evitare qualsiasi forma di “statement” per non perdere consensi. Allenarsi ad essere cittadini, oppure abdicare a tale ambizione. Si tratta di una scelta che non possiamo rimandare ancora per molto tempo. Il commento di Stefano Monti

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