Dopo Aukus, l’ambasciatore francese in Corea del Sud anticipa la contromossa di Macron: sgambetto a Joe Biden con un accordo militare insieme a Seul. Si alza l’asticella dello scontro. E Parigi è pronta a rilanciare in Africa
L’ambasciatore francese in Corea del Sud ha fatto capire che il governo francese è seriamente intenzionato a condividere la tecnologia delle portaerei e dei sottomarini nucleari con la Corea del Sud. È l’onda d’urto, violenta, provocata dall’accordo Aukus, ossia l’intesa programmatica (strategica) tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia che porterà Canberra a ricevere tecnologia per sommergibili nucleari e alla stretta di un’alleanza che diventerà la spina dorsale della presenza americana nell’Indo Pacifico – il quadrante geopolitico che Washington individua come bacino primario per il contenimento globale della Cina. L’accordo manda un messaggio chiaro: “America is back”, come dice il presidente Joe Biden, poche settimane dopo il disastroso – in termini di immagine internazionale, molto meno come peso sui consensi elettorali negli Usa e secondo gli interessi strategici – ritiro afghano.
La dichiarazione della feluca francese, durante un’ora di conferenza stampa, arriva mentre l’accordo tripartito che ha privato Parigi di una commessa militare – i francesi erano in accordo con gli australiani proprio per una partita di sottomarini – si è portato dietro pesanti ricadute diplomatiche. Nella serata di venerdì la Francia ha annunciato di aver richiamato i propri ambasciatori da Washington e Canberra per consultazioni. Il ritiro degli ambasciatori è una protesta molto insolita tra alleati e normalmente riservata Stati che hanno intrapreso azioni ritenute ostili o inaccettabili.
Il governo francese è furioso per l’intesa Aukus e ora sta cercando di attirare la Corea del Sud, alleato chiave americano nel Pacifico tanto quanto (e forse di più) dell’Australia.ì L’ambasciatore francese ha affermato che la Francia possiede una portaerei pronta e una tecnologia sottomarina nucleare tale che la Corea del Sud potrebbe non dover più fare affidamento sugli Stati Uniti per alcuni acquisti militari.
Mentre si attendono gli sviluppi sul fronte sudcoreano, lo scontro rimane aperto. A fine agosto protagonista di una dinamica simile è stato lo stesso presidente Emmanuel Macron. Intervenendo al Summit di Baghdad (l’unico occidentale presente) aveva rassicurato il premier iracheno che se gli americani avessero deciso di lasciare il paese, la Francia avrebbe mantenuto comunque truppe in Iraq per aiutare le forze armate locali nelle operazioni di sicurezza e anti-terrorismo.
L’Iraq potrebbe essere “il prossimo Afghanistan” e il francese ha cercato di segnare la propria presenza per trasformarla in attività di influenza. A Baghdad il premier Mustafa Kadhimi si sta costruendo un ruolo da attore dialogante nella regione, e la Francia non vuole restare indietro.
Per farlo lo rassicura sulla cruciale cooperazione in tema di sicurezza, e lo fa usando gli spazi creati dal ritiro americano dal Medio Oriente – connesso alla necessità di concentrarsi nell’Indo Pacifico (come testimoniato dalle dinamiche delle commesse militari tra Israele e Arabia Saudita). Parigi è stata critica sulla decisione americana sull’Afghanistan: troppo frettolosa, troppo poco condivisa per quanto riguarda metodologia e tempistiche – a questo si legano le uscite al vetriolo della diplomazia francese sugli errori degli americani fatte arrivare ai media.
“Condivisione” è anche la parola chiave dietro all’Aukus. L’Alto rappresentante per la politica estera Ue Josep Borrell ha dichiarato che l’Europa non era stata avvisata dell’accordo in corso tra Canberra e Washington (e Londra). Una posizione simile a quella assunta sull’Afghanistan, ma senza il rancore mostrato dal governo francese. La Francia si sente una potenza regionale nell’Indo Pacifico, rivendicando la presenza sui territori sotto l’influenza dell’Eliseo (i Territori d’Oltremare come la Polinesia o la Nuova Caledonia). Per questo soffre l’esclusione dal patto militare nell’Indo-Pacifico. Così rivendica e rilancia la necessità di perseguire un’autonomia strategica europea e alza l’asticella dello scontro (come dimostrerebbe, se confermato, l’accordo con Seul).
Ma il contraccolpo si sente anche in altri quadranti. Negli ultimi giorni i francesi hanno fatto spin politico sull’eliminazione del leader dello Stato islamico nel Grande Sahara e usato i propri assetti aerei per assistere le forze haftariane della Cirenaica contro i ribelli ciadiani del Fact: due missioni che servono alla narrativa con cui l’Eliseo vuole dipingersi come forza alternativa (a Stati Uniti, Cina e Russia, e agli europei). Tra l’altro l’obiettivo è farlo in un’area dove la Francia ha già annunciato – senza troppe consultazioni con gli alleati, precedentemente coinvolti – una riduzione delle forze schierate.
Macron in questo momento vuole far pagare a Washington un costo in termini di immagine. Serve alla FrancIa per provare a rubare spazio all’interno di determinati contesti. Le critiche sull’Aukus sono un messaggio a Bruxelles, le mosse nel Sahel sono un segnale alla Françafrique, le dichiarazioni a Baghdad un input agli amici mediorientali (tra Beirut, Abu Dhabi).
Nel frattempo lo scopo centrale però è recuperare terreno per farsi re-integrare nella strategia dell’Indo Pacifico dagli Stati Uniti, che invece vorrebbero gli europei più coinvolti nei reali quadranti di prossimità geopolitica. Intervento al festival di Limes, il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, ha smentito l’invio di una fregata tricolore nell’Indo-Pacifico.
Gli assetti italiani, ha spiegato Guerini, sono concentrati nelle aree più sensibili per l’interesse nazionale: Mediterraneo, Golfo di Guinea, antipirateria nell’Oceano Indiano. L’Indo-Pacifico, ha chiuso, non ha a che fare con “i nostri interessi strategici”.
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