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“È diventato dolorosamente chiaro che gli Stati Uniti hanno permesso a sé stessi di dipendere troppo da fonti inaffidabili di minerali critici, prodotti e manifattura”. È con questa premessa che Jaime Dimon, presidente e ceo di JP Morgan Chase, ha annunciato la Security and resiliency initiative, un piano da 1,5 trilioni di dollari destinato a facilitare, finanziare e investire nei settori ritenuti critici per la sicurezza nazionale statunitense. In concreto, il colosso di Wall Street mobiliterà credito, investimenti e capitale di rischio per ricostruire le catene produttive strategiche, potenziare la manifattura avanzata, sostenere l’energia domestica e accelerare l’innovazione tecnologica negli Usa.

La decisione di JPMorgan va letta nel quadro di anni di shock che hanno rimesso al centro l’importanza della resilienza industriale e dell’economia reale. La pandemia, la crisi delle supply chain, la guerra in Ucraina e la competizione strategica con la Cina; tutti questi eventi hanno dimostrato ampiamente la vulnerabilità degli Usa alle strozzature dei corridoi globalizzati. In questo contesto, la mossa di JP Morgan si inserisce perfettamente nel solco tracciato da Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato: dopo decenni di esternalizzazione, gli Usa devono tornare un’economia produttrice per mantenere la loro superiorità strategica.

I dettagli dell’iniziativa

L’iniziativa del gruppo di Wall Street si regge su quattro pilastri: Supply chain e Advanced manufacturing (dai minerali critici alla robotica), Difesa e aerospazio (tecnologie difensive, sistemi autonomi, connettività sicura), Indipendenza Energetica e Resilienza (accumulazione, resilienza di rete, energie distribuite) e Cutting-edge technologies (IA, cybersecurity, quantum). JPMorgan ha già mappato 27 sotto-aree che spaziano dalla cantieristica navale all’energia nucleare, dai nanomateriali ai componenti critici per la difesa. La banca punterà sul rafforzamento di staff e competenze, costituirà un advisory council esterno e porterà avanti ricerche tematiche su terre rare, IA e supply chain, appoggiandosi al suo nuovo Center for geopolitics. Sul piano operativo, l’iniziativa includerà finanziamenti convenzionali, advisory per grandi gruppi e medie imprese e, in casi mirati, investimenti diretti di capitale.

L’appello di Driscoll: meno burocrazia per il Pentagono  

Questa inedita spinta privata sta trovando una sorprendente eco anche sul versante pubblico. Dall’assemblea annuale dell’Association of the US Army, il segretario all’Esercito Dan Driscoll ha proposto una radicale accelerazione dei tempi di acquisizione militare e un’apertura netta al capitale privato. “Se guardate all’Ucraina, aggiornano il software dei loro droni ogni due settimane. Noi, come Paese, avremmo fatto fatica a farlo in due anni”, ha detto Driscoll, evocando le lezioni del campo di battaglia ucraino. “Dobbiamo riaddestrare tutto il Pentagono, perché la minaccia più grande oggi non è agire troppo in fretta, ma non agire affatto. Serve un po’ di intraprendenza, anche se comporta dei rischi”.

L’idea di Driscoll è quella di comprimere processi pluriennali in finestre temporali di poche settimane (o addirittura giorni), spostando progressivamente l’autorità decisionale verso i comandi operativi, con tutto il carico di rischio e di opportunità che ciò comporta. “Se pensate a come l’Esercito ha vinto le sue guerre, è stato grazie alla partnership con l’industria privata. Abbiamo perso quella capacità, e la stiamo riportando indietro”, ha aggiunto.

Perché le due mosse sono parte della stessa trasformazione

Da una parte, una grande banca che si propone come pilastro della resilienza industriale, dall’altra, la prima Forza armata degli Stati Uniti che chiede modelli di procurement e partnership più veloci e orientati al rischio. In entrambi i casi la diagnosi è la stessa e riconosce nella lentezza amministrativa e nella dipendenza da filiere esterne delle vulnerabilità strategiche non più ammissibili. Dimon parla di rimuovere ostacoli come l’eccessiva regolamentazione, le lungaggini burocratiche e le pratiche di ostruzionismo. Similmente, Driscoll parla di aggiornare mentalità e di accelerare sugli incentivi. Il possibile risultato di questa trasformazione potrebbe essere la nascita di un “capitalismo della sicurezza” in cui capitale privato, infrastrutture e tecnologia si mobilitano per obiettivi che finora erano tradizionalmente prerogativa esclusiva degli Stati. Questa convergenza solleva però una questione tecnica dai potenziali risvolti politici. La mobilitazione di capitali privati può indubbiamente accelerare la ricostruzione industriale e colmare il gap tecnologico in aree-chiave sul breve periodo, ma sul lungo termine non bisogna sottovalutare il rischio di anteporre logiche proprie del mercato azionario alla pianificazione strategico-militare. Detta facile, chi deciderà in futuro le priorità strategiche, lo Stato o il mercato? 

Oltreoceano l’Europa osserva e (non) prende appunti

Per l’Europa la lezione da trarre è duplice. Da un lato c’è l’appello a muoversi più in fretta, a costruire alleanze industriali e a creare strumenti finanziari analoghi; dall’altro la necessità di preservare le procedure di controllo democratico e di evitare che la logica del rischio privato eroda la responsabilità pubblica. In ogni caso, quel che appare ormai chiaro è che la sicurezza del 21esimo secolo sta facendo sempre più affidamento tanto sui bilanci degli Stati quanto sui portafogli degli investitori privati. 

JP Morgan sgancia la bomba, un trilione e mezzo di dollari sulla sicurezza nazionale. I dettagli

JP Morgan lancia un piano da 1,5 trilioni di dollari per rafforzare la base industriale americana e ridurre la dipendenza da catene di fornitura esterne. Nel frattempo, dal Pentagono arriva un appello a snellire la burocrazia e ad aprire ai capitali privati per accelerare l’innovazione militare. Mosse diverse ma convergenti, che raccontano due facce della stessa medaglia della sicurezza nel 21esimo secolo

Dal muro di droni all'authority contro le ingerenze russe. L'assemblea di Lubiana raccontata da Richetti 

A Lubiana, i parlamentari dei Paesi membri hanno discusso di tre nodi cruciali: il sostegno a Kiev e la costruzione di una difesa più attiva, la lotta alle ingerenze esterne nei sistemi democratici, e l’impegno finanziario degli Stati alleati. Temi che segnano il passaggio da una Nato “reattiva” a una Nato “resiliente e proattiva”. Colloquio con il capogruppo di Azione alla Camera, Matteo Richetti

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