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La CNN la definisce una “mossa rara” e in effetti non è usuale che il capo dell’intelligence statunitense si inserisce in un processo giuridico per bloccarlo. Ma quello che ha portato Avril Haines, la Director of National Intelligence (ufficio che sovrintende a tutte le 17 agenzie statunitensi), a muoversi per chiedere la sospensione di un procedimento in Massachusetts, non è un caso legale. La direttrice ha agito — chiaramente nel pieno della diritto giurisprudenziale — per proteggere la sicurezza nazionale. Tutto perché il corso del processo avrebbe potuto produrre conseguenze “eccezionalmente gravi” per gli Stati Uniti — è questa la formula giuridica — davanti al giudice c’era un ex funzionario dell’intelligence saudita.

Il suo nome è Saad Aljabri, un tempo membro dell’antiterrorismo di Riad, ora in causa — civile — con la holding statale saudita Sakab, accusato di frode. Sakab è stata creata per finanziare varie attività contro i terroristi, è finanziata dal ministero dell’Economia saudita, controllata dal Fondo di investimento pubblico il cui factotum è l’erede al trono Mohammed bin Salman (anche noto con l’acronimo MbS). I legali dell’ex funzionario dicono che per difenderlo dalle accuse di Sakab sarebbe necessario rivelare dettagli su alcune operazioni, gli americani — che hanno usato la sponda di Sakab in attività contro al Qaeda — hanno per questo invocato il rarissimo privilegio di segretezza, secondo richiesta formale di Haines accordata direttamente dal procuratore generale Merrick Garland.

Oltre all‘interesse nazionale sulle operazioni è stato coperto l’interesse americano nell’evitare imbarazzo e dettagli imbarazzanti al principe bin Salman? Da tenere in considerazione che della storia fa parte — in forma separata? — anche un’accusa di Aljabri al principe ereditario, che avrebbe tentato di far uccidere il funzionario e i suoi due figli, Sarah e Omar. Sullo sfondo val la pena ricordare che la Cia ha già individuato MbS come mandante dell’omicidio del giornalista saudi-statunitense Jamal Khashoggi — cittadino della Virginia, famoso editorialista del Washington Post, sgradito al nuovo corso politico del regno, fatto a pezzi da una squadraccia dei servizi inviata dall’erede al consolato di Istanbul dove Khashoggi era stato attirato per questioni consolari da sbrigare per il suo matrimonio.

Sakab, quando Aljabri era operativo, era diretta dall’allora principe ereditario Mohammed bin Nayef, cugino che MbS ha fatto fuori dalla linea di successione prendendone il posto nel 2017 dopo una serie di lotte intestine n iniziate due anni prima. Bin Nayef ha occupato ruoli apicali nel settore della sicurezza saudita, e ha collaborato nelle attività di anti-terrorismo in collaborazione con gli Stati Uniti — sulle cose che abbiamo fatto insieme potresti farci un paio di film, ha spiegato alla CNN un ex operativo Cia riferendosi a Aljabri e a bin Nayef. Aljabri è fuggito in America nel 2017 per evitare il repulisti di MbS, ma ai suoi figli è stato impedito di partite. Nell’accusa contro bin Salman, portato in causa a Washington, dice che i figli vengono usati per ricattarlo, sono detenuti in un posto sconosciuto tenuti sotto custodia dall’intelligence saudita.

Nel 2017 diversi alti funzionari della sicurezza e della difesa di Riad, così come altri papaveri del regno, erano stati arrestati è bloccato dagli uomini di bin Salman. Il principe ereditario da un paio d’anni aveva avviato una campagna — che lui definiva contro la corruzione — per liberarsi dei vecchi notabili, più legati al cugino bin Nayef, e prendere in mano il futuro del paese. Anche Aljabri è accusato come altro di aver sottratto miliardi dalle casse di Sakab. Sono accuse da cui il funzionario non può difendersi, ma non può provare nemmeno la sua innocenza: molti dei fondi usati da Sakab sono senza traccia proprio perché usati per operazioni sensibili. I suoi legali dicono che per difenderlo devono poter portare alla luce operazioni riservate, Riad sostiene che è un pretesto, Washington ha preferito evitare rischi. La causa probabilmente decadrà. E quella sulle accuse contro MbS?

L’erede ha ottenuto particolari plausi per aver avviato progetti di differenziazione dal petrolio, di slancio nelle nuove tecnologie, di apertura su alcuni temi civili e di diritti. Anche alla luce di questo, la vicenda Khashoggi è stata una vergogna pubblica che ha messo in imbarazzo tanto Riad che i paesi che avevano stretto le relazioni col regno visionario di bin Salman. A maggior ragione ha messo in difficoltà l’alleato statunitense, che in quegli stessi anni si è trovato impelagato nella disastrosa guerra yemenita, dove MbS ipotizzava la prima grande applicazione di un’alleanza militare, una Nato Araba, di cui si faceva catalizzatore – operazione che a oggi è ferma. Barack Obama era scettico, poi con l’arrivo di Donald Trump e la costruzione di una forma di rapporto quasi famigliare con MbS – coordinato dal genero-in-chief Jared Kushner – gli Stati Uniti si sono schiacciati sui sauditi.

Ora con Joe Biden si sta recuperando il passo classico, metodologico dei rapporti. Le relazioni sono ricominciate a viaggiare tra trono e Studio Ovale, gli apparati (su tutti le intelligence) tornate a guidare i rapporti, i congressisti hanno ripreso una loro centralità dopo che negli anni dell’amministrazione Trump si erano trovati praticamente esclusi dal link Washington-Riad. Questo ha comportato una rimodulazione del ruolo di MbS, legata anche all’increscioso episodio-Khashoggi. Tuttavia gli Stati Uniti non hanno rotto le relazioni con lui, anzi: come ovvio che sia, il futuro leader (a meno di altri cambiamenti) di un importante paese alleato viene comunque tenuto in massima considerazione, sebbene con meno risalto pubblico ma aiutato quando serve.

Perché l’intelligence Usa blocca un processo contro un saudita

La direttrice della National Intelligence statunitense ha usato un provvedimento straordinario per interrompere un processo intentato dalla holding saudita per l’anti-terrorismo, guidata da Mohammed bin Salman, contro un ex funzionario che si era riparato negli Usa accusando l’erede al trono di volerlo morto

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