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Parafrasando un film dei fratelli Coen si è detto più volte che l’Italia non è un Paese per giovani. E forse è vero. Un Paese dove fioriscono i lacciuoli burocratici, o i “colli di bottiglia” come direbbe Renato Brunetta, non è adatto ai giovani, ai nuovi talenti, a chi vuole provare, a chi conta ancora sulla meritocrazia. Le stesse ragioni per cui potremmo dire che l’Italia non è un Paese per chi vuol fare impresa.

C’è una traccia comune che unisce la cultura dell’imprenditorialità e quella che favorisce l’impegno dei giovani: la libertà di iniziativa e di impresa, appunto. Quando ci si concentra a creare ostacoli si finisce per allontanare giovani e imprese. In una parola: si sceglie di evitare il lavoro, alla faccia della Repubblica e dei suoi fondamenti costituzionali. Il lavoro, che campeggia alla base del primo articolo della nostra Carta, ha rischiato di essere sostituito dalla parola “lavoratori”, durante i giorni della Costituente. La storia recente ci dice che fu Amintore Fanfani a suggerire l’espressione che fu poi approvata: “Fondata sul lavoro”. È il lavoro che accomuna impresa e lavoratore, capitale e risorse umane, competenze tecniche e finanziarie. Quando si separa questa unità nascono le follie ideologiche. Nascono e rinascono.

L’ultimo segnale che allarma è quello della proposta – che viene da una iniziativa del governo, ahimé, come si legge in una nota del Mise – di limitare o impedire le delocalizzazioni “aggressive”. Quando fioriscono gli aggettivi o gli avverbi in una norma di legge non è buon segno. Si cerca di fare spazio a una moralità opinabile qualificando quello che dovrebbe essere un fatto, quindi un verbo o un sostantivo. Che cos’è una delocalizzazione “aggressiva”? Solo per definirla, fioriranno commi e addendi e serviranno decreti interpretativi. Tutto quello che non serve allo spirito di impresa, che per definizione intraprende, opera, produce, non disquisisce. Considera lecito tutto quello che non è vietato. Animal spirits che hanno bisogno di certezze, non di barocchismi. Questi sono da sempre e ovunque gli imprenditori.

In Italia sembra che si lavori sempre “contro”. C’è bisogno di manodopera? Meglio evitare che ci si sporchi con lavori troppo “umili”, così si usa una norma contro la povertà, per fingere di farne un regolatore del mercato del lavoro. Grazie al reddito di cittadinanza non si trovano 200mila lavoratori per il turismo e la ristorazione? Poco male. Mancano 17mila autisti per favorire lo sviluppo della logistica? Pazienza. Le imprese se ne faranno una ragione. Andranno altrove.

C’era bisogno di leggi chiare e univoche, senza la coda di decreti attuativi? Ecco invece moltiplicarsi le attese dei decreti ministeriali, senza i quali ogni norma resta lettera morta. C’era bisogno di una riforma della Giustizia? Si è abborracciato un emendamento della riforma pentastellata, limitandosi – e malamente – alle regole della giustizia penale, per dimenticare tutto il comparto della giustizia civile e amministrativa. Per cui, mentre si introduce l’incomprensibile “improcedibilità”, non si cancella nulla di quelle regole che rendono una lite pendente per decenni, o che richiedono anni per ottenere una licenza.

Mentre siamo i campioni europei per gli ammortizzatori sociali – cosa degnissima, che genera dei costi non banali sulla collettività – siamo gli ultimi nella classifica dell’efficienza dei Centri per l’impiego, che potrebbero favorire lo sviluppo dell’economia, facilitando l’incontro tra domanda e offerta, senza lasciare scoperte centinaia di migliaia di opportunità di lavoro.

In questo quadro è stupefacente che l’Italia non diventi un Paese su cui investire? No. È normale. Ma non basta mai. La moneta cattiva scaccia sempre quella buona, per cui ecco in arrivo l’ultima follia: un’iniziativa governativa contro le delocalizzazioni “aggressive”. A promuoverla il ministro del lavoro, immobile sulle politiche attive del lavoro, attivissimo per ogni progetto che finisca per rendere inutile il lavoro. Più coerente Beppe Grillo, che non da oggi teorizza la fine del lavoro, che vorrebbe dire – per una banale proprietà transitiva – la fine della Repubblica e del suo fondamento.

Sulle delocalizzazioni aggressive la proposta Orlando non fa centro

C’è una traccia comune che unisce la cultura dell’imprenditorialità e quella che favorisce l’impegno dei giovani: la libertà di iniziativa e di impresa, appunto. Quando ci si concentra a creare ostacoli si finisce per allontanare giovani e imprese. Il commento di Antonio Mastrapasqua

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