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Sergio Vento, già ambasciatore a Parigi, alla Nazioni Unite di New York e a Washington, membro del comitato scientifico dell’Intelligence Week, commenta con Formiche.net i primi mesi dell’amministrazione Biden guardando alle relazioni internazionali. E lo fa a una settimana dall’arrivo del segretario di Stato statunitense Antony Blinken in Italia per la riunione della Coalizione globale anti Isis, che presiederà a Roma con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, e la ministeriale G20 a Matera.

Sembra che le sinergie populiste, e poco più, tra l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’ex presidente statunitense Donald Trump abbiano lasciato il posto a un forte feeling tra Mario Draghi e Joe Biden.

Il feeling tra i due leader poggia su diversi aspetti, personali e non. A partire dal fatto che l’enfasi posta da Biden su crescita e investimenti in chiave neokeynesiana rappresenta per l’Italia un elemento di enorme valore, anche all’interno dell’Unione europea, in cui recentemente sono tornati a farsi sentire i rigoristi. Senza dimenticare la consuetudine tra il presidente Draghi e Janet Yellen, segretario al Tesoro, con cui ha lavorato con successo da governatore della Banca centrale europea quando lei era a capo della Federal Reserve.

Com’è cambiata l’attenzione degli Stati Uniti verso gli alleati con l’ingresso di Biden alla Casa Bianca?

Trump è stato, come il predecessore Barack Obama, un presidente di politica interna, a differenza di altri più concentrati sulle dinamiche internazionali. Ora c’è presidenza, quella Biden, che grazie a una forte squadra (possiamo citare, oltre a Blinken e Yellen, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan), pur essendo molto occupata sugli aspetti di politica interna, manifesta una grande attenzione anche alle relazioni internazionali con il ritorno al multilateralismo (“America is back”) e una certa attenzione agli alleati, innanzitutto europei. E fra gli europei, all’Italia.

Negli anni Novanta lei è stato consigliere diplomatico di quattro presidenti del Consiglio: Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi e Lamberto Dini. Se fosse oggi a Palazzo Chigi, che cosa suggerirebbe al presidente Draghi?

Nell’agenda dei colloqui con gli Stati Uniti penso dovremmo inserire il rafforzamento del fianco Sud-Est della Nato. Il Mediterraneo, quello allargato, è la grande carta che possiamo e dobbiamo giocare. Anche nei Balcani, dovremmo rafforzarci per stabilizzare quell’area: abbiamo visto che i dissidi fra Grecia e Turchia, come altre crisi, pensiamo a quelle in Siria e in Libia, favoriscono l’inserimento della Russia e della Cina con la sua iniziativa della Via della Seta. E una volontà politica forte statunitense, e dunque italiana, può aiutare a stabilizzare il Mediterraneo orientale, regione con forte impatto su molti dossier, a partire da quello energetico con il gasdotto EastMed.

Che spazi ci sono per l’Italia?

C’è spazio per una certa assertività italiana. Ma non possiamo aspettare i partner europei viste le note difficoltà dell’Unione ad avere una politica estera e di difesa comune. Lo si potrebbe recuperare e presidiare, sui piani economico, infrastrutturale, di difesa, di sicurezza eccetera, soltanto avendo alle spalle non dico un mandato ma un forte rapporto con gli Stati Uniti. Anche per i Balcani, area che si salda al resto del Mediterraneo.

In queste settimane è circolato il nome dell’ex primo ministro britannico Theresa May per la guida della Nato. Intervistato da Formiche.net, il ministro della Difesa britannico Ben Wallace ha definito il suo un nome “eccellente”. Dopo George Robertson, Jaap de Hoop Scheffer, Anders Fogh Rasmussen e Jens Stoltenberg, sarebbe il quinto segretario generale proveniente dal Nord Europa. È da metà degli anni Novanta, con lo spagnolo Javier Solana, che il Sud attende. Può essere la volta buona per l’Italia?

Come detto, un rafforzamento della dimensione mediterranea della Nato servirebbe a un consolidamento nelle aree in cui la Russia e anche la Cina si sono inserite negli ultimi anni. Un segretario generale di un Paese del Sud Europa potrebbe favorire questo processo. Ma ho come l’impressione che dal recente summit non sia emerso un grande seguito da parte dei nostri partner nell’Europa centrosettentrionale.

L’ultimo summit Nato è stato parte di un più ampio tour europeo che ha visto il presidente Biden prima a Carbis Bay, in Cornovaglia, per il G7, poi a Bruxelles per gli incontri del’Alleanza atlantica e con i vertici europei, infine a Ginevra per un faccia a faccia con l’omologo russo Vladimir Putin. Come valuta la visita da un punto di vista transatlantico?

Le cose sono andate meglio delle aspettative della viglia, grazie anche al fatto che una serie di frizioni – il gasdotto Nord Stream 2, la questione Airbus-Boeing, i dazi su acciaio e alluminio, l’accordo Cai tra Unione europea e Cina, la tassazione alle Big Tech – sono stati disinnescati. C’è stata particolarmente attenzione sul quinto dominio, quello cibernetico, su cui l’amministrazione Biden sembra più attenta della precedenza e in cui l’Italia, anche con la nuova Agenzia per la cybersicurezza nazionale, può trovare una nuova occasione di saldatura con gli Stati Uniti.

Poi ci sono i convitati di pietra, Russia e Cina.

L’amministrazione americana mi pare consapevole che tutto sommato saldare la Russia alla Cina non è nell’interesse né degli Stati Uniti né dell’Occidente in generale. È importante, dunque, cercare di dosare l’attività di pressione su Mosca. E Washington può farlo anche perché gli Stati Uniti hanno con la Russia un rapporto più collaudato di quello con la Cina.

Come mai?

Perché la Cina, in questo momento, non è interessata alla balance of power ma a una power politics, una proiezione espansionistica e di crescita. È sufficiente ascoltare gli annunci della leadership che profetizzare il superamento degli Stati Uniti in vari campi per rendersene conto. Questo rende il dossier cinese più complesso e articolato.

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