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In una Nato rinvigorita da Joe Biden, l’Italia dovrà avere il coraggio di assumersi un ruolo più rilevante, spingendo gli alleati a guardare a sud e puntando alla posizione di prossimo segretario generale. Parola dell’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, presidente della Nato Defense College Foundation, che mercoledì e giovedì organizza l’evento “#Nato2021 rebuilding the consensus for a new era”, a pochi giorni dal vertice che porterà a Bruxelles i capi di Stato e di governo dell’Alleanza, compresi (per la prima volta) Joe Biden e Mario Draghi.

Ambasciatore, la due-giorni organizzata dalla Nato Defense College Foundation s’intitola #Nato2021, mentre dilaga il #Nato2030. Quale è il messaggio?

Serve a distinguere le due cose. Nato2030 è divenuta ormai un’espressione ricorrente per riferirsi al processo di riforma dell’Alleanza, che comprende varie cose, promosso dal segretario generale Jens Stoltenberg. Noi abbiamo scelto Nato2021 per riferirci al momento presente, importante di per sé.

Perché è importante?

Prima di tutto per la nuova amministrazione americana. Il presidente Joe Biden ha scelto l’Europa per il suo primo viaggio all’estero, nell’ambito del quale parteciperà al vertice della Nato. È un messaggio rilevante già questo. Negli ultimi quattro anni, è come se gli Stati Uniti avessero abbandonato la Nato. In Europa abbiamo cercato di parlarne il meno possibile, ma in realtà è stato un periodo difficile per l’Alleanza. Io credo che se Trump fosse stato rieletto, avrebbe abbandonato la Nato, portando avanti i messaggi ricorrenti sul fatto che gli Stati Uniti non hanno bisogno degli alleati, che si sono caricati troppo il peso della difesa dei partner e che possono procedere da soli.

E Biden?

Biden, in modo perfino imprevisto rispetto alle attese, ha invece sottolineato che il multilateralismo è importante, che gli alleati contano moltissimo e che la Nato è al centro degli interessi degli Usa. Poi, chiaramente, ha aggiunto l’esigenza di modernizzazione dell’Alleanza e di prepararsi alle nuove sfide, ma questo viene dopo la rassicurazione sul ruolo degli Stati Uniti nella Nato. Tra l’altro, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e il segretario di Stato Tony Blinken si sono già rivelati più “europei” di quanto potevamo immaginare lo scorso 20 giugno all’insediamento della nuova amministrazione.

Oltre a Biden, debutterà alla Nato anche Mario Draghi. Quali sono gli obiettivi dell’Italia per il vertice?

Prima di tutto dare il benvenuto al vertice, tenendo conto che la politica estera italiana si basa su due pilastri, europeo e atlantico. Poi occorre considerare un altro dato: la Nato è un’alleanza, e non un’organizzazione come l’Ue con ambizioni federaliste e sopranazionali. Alleanza significa insieme di Paesi che decidono di fare insieme alcune cose, e non tutte. Per intenderci, il nucleare iraniano non è una competenza della Nato, perché così è stato deciso; l’Alleanza, salvo poche cose, non è inoltre mai intervenuta in Africa o in Asia. Sono competenze che si decidono di volta in volta, e se non c’è un Paese che guida le danze (e possono farlo solo gli Stati Uniti, piaccia o no) difficilmente si può cambiare. Dopodiché il governo italiano dovrebbe puntare a riprende un ruolo più importante all’interno dell’Alleanza.

In che modo?

Non dimentichiamoci che l’Italia è stata, nel 1949, tra i dodici Paesi fondatori. Abbiamo partecipato a tutte le missioni della Nato, anche in aree lontane, dal Baltico alla Polonia. Ora è arrivato il momento di dire chiaramente che il sud è importante quanto l’est, che la sicurezza passa dal Mediterraneo, dal nord Africa e dal Sahel. È inutile parlare di “approccio a 360 gradi” se poi questi gradi sono più dichiarati che reali. I partenariati con i Paesi arabi, che io ho partecipato a istituire, andrebbero rafforzati. Non si tratta di intraprendere azioni militari, ma del ruolo che la Nato può avere per sostenere Paesi fragili, soggetti a minacce e terrorismo.

Tra gli obiettivi dell’Italia c’è secondo lei anche la corsa all’avvicendamento di Jens Stoltenberg, il cui mandato scade a settembre del prossimo anno?

Secondo me dovrebbe esserci. L’Italia ha avuto un solo segretario generale della Nato, Manlio Brosio, che ha lasciato il posto esattamente cinquant’anni fa, nel 1971. Poi abbiamo avuto tutti segretari nordici; gli ultimi due scandinavi. Su questo bisogna essere realisti: è chiaro che un norvegese ha una visione del mondo che parte della Norvegia. Un grande Paese, come speriamo l’Italia sia, dovrebbe avere il coraggio di farsi avanti. Ciò vuol dire non solo ambire al posto, ma anche dimostrare che è una cosa importante sulla quale vale la pena spendersi. Ci saranno dei concorrenti (sicuramente un inglese) e quindi una competizione in cui non è detto che si vinca. Ma perdere è nell’ordine delle cose, e quantomeno dimostrerebbero la nostra linea di ambizione.

Ma ci sono margini secondo lei?

Direi di sì. Credo che diversi Paesi abbiano interesse a sostenere una candidatura italiana, ad esempio la Francia e, forse, la Germania. Inoltre, bisogna stare attenti alla narrazione per cui il segretario generale della Nato dev’essere un ex primo ministro. Gli ultimi due casi sono stati gli unici di questo tipo. Normalmente si scelgono persone di livello (anche ministri della Difesa o degli Esteri), determinate e che abbiano conoscenza della politica estera. Credo non sia impossibile per l’Italia ambire alla posizione.

Torniamo al vertice. Già nel 2019 la Cina è entrata tra le “sfide” della Nato. C’è da attendersi un linguaggio più duro nei confronti di Pechino nel comunicato finale che chiuderà il summit della prossima settimana?

È incerto. In realtà, non è ben chiaro l’atteggiamento che l’Occidente deve avere con la Cina, se di competizione, di contenimento o di engagement condizionato. Il tema non è ancora maturo. Credo che il primo passo potrà essere l’istituzione di un partenariato in Asia, cosa che non esclude alcuna strada futura. Il tema c’è, ma anche negli Stati Uniti ci sono voci diverse. Sicuramente, l’interesse di Washington è non perdere la corsa tecnologia ed evitare che la Cina guadagni la supremazia militare. Per il resto però l’argomento pare fluido.

“Rebuilding the consensus” è il sottotitolo del vostro evento. Il vertice di Bruxelles permetterà di riportare all’ordine la Turchia, tra le più delicate sfide interne della Nato?

È una domanda difficile, e credo che neanche i diretti interessati sappiano ancora la risposta. Il tema esiste ed è giusto porselo. Ankara sta mostrando un’autonomia di manovra che può apparire ai limiti dei doveri di un alleato, a partire dall’acquisto di armamenti russi. A mio avviso, ciò dipende dal fatto che, negli ultimi anni, l’Alleanza sia stata un po’ debole sulla coesione interna. Dall’invasione della Crimea ha ritrovato la sua ragion d’essere anti-russa, tornata in modo quasi naturale ma senza una vera leadership dell’Alleanza. Ora che gli Stati Uniti riacquistano il loro ruolo, credo che anche la Turchia dovrà fare più attenzione.

Quale è secondo lei l’obiettivo più rilevante di questo vertice?

Credo che la cosa importante sia ritrovare la coesione interna e la leadership. La Nato riunisce trenta Paesi di diverse aree geografiche. Il coordinamento è possibile solo se si parla di più, se si è vicini e uniti. Su questo vedo una grande opportunità, basata sui due pilastri che caratterizzano l’Alleanza.

Quali sono?

Prima di tutto il fatto di essere “alleanza di grandi democrazie”; significa che ci sono delle cose in comune, forti, che garantiscono un collante. In secondo luogo, la capacità tecnica; la Nato vanta uno strumento di crisis management senza eguali, che nessuna altra organizzazione possiede; inoltre l’interoperabilità completa tra Forze armate e intelligence rappresenta un incredibile valore aggiunto.

Chiudiamo con l’Afghanistan. Una sconfitta per la Nato?

Assolutamente no. La Nato non ha mai avuto un ruolo politico nel Paese. Doveva fornire la cornice di sicurezza per tenere pacificato l’Afghanistan, ma la gestione politica è sempre stata nelle mani del governo di Kabul. La Nato se ne va, ma senza una sconfitta.

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