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Mentre le notizie che arrivano dal Golfo Perisco suggeriscono (o almeno permettono di augurare) una stabilizzazione nell’area, tanto sul piano politico-diplomatico quanto su quello economico, le attenzioni cominciano a tornare verso il conflitto che infuria in Ucraina da più di quattro anni. Alcuni sono molto ottimisti, e credono che sulla scia dell’esito (apparentemente) positivo dei negoziati tra Washington e Teheran si calvalchi il momentum per arrivare a un accordo anche tra Mosca e Kyiv. Altri, al contrario, dubitano che nel breve periodo si possa arrivare ad una risoluzione nel conflitto in Europa dell’Est. Tra questi c’è Richard Fontaine, ceo del Center for a New American Security, che ha condiviso con Formiche.net la sua visione delle cose.

Con il conflitto in Iran apparentemente prossimo alla fine, pensa che il dossier ucraino tornerà al centro dell’agenda internazionale?

No, non come esercizio di pacificazione. L’amministrazione statunitense sembra aver rinunciato all’idea di porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina, e gli europei non l’hanno mai davvero guidata. Penso che ci siano molti altri combattimenti davanti a noi.

La situazione al fronte sembra in qualche modo bloccata. Ritiene che sia possibile un’inversione di questa tendenza, oppure nessuna delle parti coinvolte dispone attualmente di forze sufficienti per ribaltare la situazione?

Gli ucraini stanno facendo nuovi progressi sul terreno, e la Russia sembra aver perso territorio di recente per la prima volta in un paio d’anni. Questo, insieme agli attacchi ucraini all’interno della Russia stessa, sta spostando in qualche misura lo slancio a favore di Kyiv. È improbabile che questo possa rovesciare del tutto i guadagni russi o innescare negoziati di pace, ma dimostra la forza ucraina dopo tutti questi anni di guerra.

Invece di operazioni militari convenzionali, stiamo assistendo, in particolare da parte ucraina, a un focus sul colpire le infrastrutture economiche del rivale. Crede che un simile approccio possa portare a risultati concreti in termini di processo negoziale?

Non penso che i negoziati saranno fruttuosi a breve, con o senza attacchi alle infrastrutture economiche. Il danno è tuttavia un segnale terribile di quanto distruttiva sia diventata questa guerra. Uno spreco totale di risorse e vite che la Russia non avrebbe mai dovuto avviare.

Al G7 in Francia, l’Europa ha mostrato la propria disponibilità ad assumere un ruolo centrale nel processo. Come potrebbe concretizzarsi questo nuovo ruolo? E quale parte potrebbe giocare l’Italia?

Purtroppo non penso che ci sia un ruolo centrale da giocare per nessuno dei due in questo momento in un processo di pace, perché non credo che negoziati di successo siano all’orizzonte. L’Italia, così come la Francia, può continuare a sostenere l’Ucraina al meglio nella sua lotta esistenziale e a spingere per colloqui di pace non appena arriverà il momento giusto. Che, ripeto, non è ancora giunto.

Vi spiego perché l'ottimismo post-Iran non basta. Fontaine (Cnas) frena le aspettative sull'Ucraina

Gli attacchi alle infrastrutture economiche, sempre più centrali nella strategia ucraina, non accelerano il processo negoziale, che al momento non sembra prendere slancio nonostante alcune aspettative. E il danno resta soprattutto la prova della crescente distruttività di una guerra che la Russia non avrebbe mai dovuto iniziare. Intervista a Richard Fontaine, ceo del Center for a New American Security

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