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Apparentemente Luigi Di Maio sembra poco interessato alle vicende dei Cinque Stelle: impegnato con tutto sé stesso nel ruolo di ministro degli Esteri, proprio mentre l’Italia di Mario Draghi sembra riacquistare ruolo e credito a livello internazionale. D’altronde, non è stato il vero padrone del Movimento, Beppe Grillo, a sconfessare la decisione appena presa attraverso la piattaforma Rousseau e a nominare, al posto di un direttorio di cui Di Maio avrebbe fatto parte, Giuseppe Conte capo politico?

Formalmente, il ministro non ha ruoli ed è perciò normale che non si appassioni più di tanto alle vicende di un Movimento in piena crisi di identità (e consensi), pur essendone stato a suo tempo anch’egli capo politico. Eppure, a ben vedere, mai come in questo caso, le apparenze, come suol dirsi, ingannano. Di Maio può facilmente essere accusato di non avere una solida cultura politica alle spalle (i maliziosi tolgono pure l’aggettivo), ma sicuramente ha, oltre a una malcelata ambizione, un fiuto e un’astuzia politica stupefacenti. Cosa che, nonostante i comunicatori alla Rocco Casalino (o forse proprio per questo?), Conte non può certo dire di avere.

L’impasse che l’ex presidente del consiglio sta trovando nel rifondare e prendere in mano il partito, il continuo doversi rimangiare gli impegni presi con amici e alleati, lasciano intravedere l’ostilità di Di Maio, che pure formalmente lo appoggia, alla sua leadership. E, probabilmente, come i generali cinesi presi a modello da Sun-Tzu, non c’è stato nemmeno bisogno che colui che (con Matteo Salvini) ha letteralmente “inventato” Conte, si sia mossa più di tanto per raggiungere i suoi obiettivi.

Il caso più eclatante è stato quello della candidatura di Virginia Raggi a sindaco, per la seconda volta, della capitale. Anche perché il fallimento dell’invito alla sindaca a desistere, compiuto da Conte, si porta dietro il fallimento di tutta la strategia con cui colui che un tempo si era autodefinito “avvocato del popolo” stava impostando la sua leadership e su cui aveva impegnato non solo i suoi amici di sponda nel Pd (in primis Goffredo Bettini) ma anche lo stesso segretario Enrico Letta. Si trattava, come è noto, di far presentare a Roma Nicola Zingaretti come candidato unico e forte dell’alleanza fin dal primo turno, in modo che poi, a catena, anche nelle altre città si sarebbe proceduto su questa strada. Raggi sarebbe stata sacrificata sull’altare di questo patto. Conte però non ha avuto l’appoggio del Movimento, che evidentemente non controlla, né quello di Di Maio, a cui comunque fanno stretto riferimento circa un quarto dei deputati pentastellati ma che, nell’occasione, si è dimostrato per l’appunto “distratto”. Almeno fino a quando giovedì scorso Conte e Letta non hanno incautamente reso pubblico un accordo senza aver prima risolto il caso Raggi.

A quel punto, è bastato che Di Maio facesse un attestato di stima e apprezzamento per Virginia per costringere Conte a rimangiarsi tutto. E per far considerare Roberto Gualtieri, che ha subito ufficializzato la sua candidatura, libero dall’impegno stipulato col suo segretario di non farlo. Un campo di macerie, non solo nel Movimento ma nell’intera sinistra. Con un Letta che da ora in poi non potrà prescindere da chi veramente comanda (e che in più si sta costruendo un ineccepibile immagine istituzionale all’ombra di Draghi) in quell’ arcipelago diviso e confuso, e perciò “inaffidabile”, che è diventato il Movimento. Con esso comunque dovrà confrontarsi se in autunno qualche sindaco vorrà portare a casa.

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Di Maio può facilmente essere accusato di non avere una solida cultura politica alle spalle (i maliziosi tolgono pure l’aggettivo), ma sicuramente ha, oltre a una malcelata ambizione, un fiuto e un’astuzia politica stupefacenti. Cosa che, nonostante i comunicatori alla Rocco Casalino (o forse proprio per questo?), Conte non può certo dire di avere. La bussola di Corrado Ocone

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