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Il 4 febbraio del 2019, quando il vescovo di Roma, Francesco, e la principale autorità teologica dell’Islam sunnita, lo sceicco dell’università islamica di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, hanno firmato ad Abu Dhabi il “Documento sulla fratellanza umana”, pochi si sono presi la briga di andarselo a leggere, pur essendo un testo non lungo.

Il principale esponente teologico di quell’Islam che per secoli ha imposto una tassazione ai cittadini di fede non islamica per godere di una protezione pubblica che gli consentiva di non adeguarsi alle leggi islamiche, ha firmato un documento nel quale si dice: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Si tratta del principio di cittadinanza, che rende tutti uguali davanti alla legge e quindi separa legge civile e legge religiosa, come più avanti il testo chiarisce.

Questa cittadinanza ovviamente non si riferisce solo a cittadini di fedi diverse, ma anche a chi appartenendo alla stessa fede aderisce a diverse visioni: cattolici e protestanti, o, riferito al mondo arabo islamico, sunniti e sciiti. Quello tra sunniti e sciiti è divenuto un tema presente nel nostro discorso sull’Islam per via dei recenti incendi che oppongono proprio i sunniti, predominanti in Arabia Saudita e molti altri Paesi, e gli sciiti, predominanti in Iran e in altri Paesi. In Iran e Arabia Saudita si tratta di religioni di Stato.

Il 5 marzo di quest’anno il vescovo di Roma si è recato in Iraq, dove sempre nel nome dell’idea di fratellanza (nelle diversità) ha incontrato l’ayatollah al-Sistani, principale esponente sciita per via del fatto che guida la scuola teologica che si trova nella città santa di Najaf, dove è nato lo sciismo. Senza Najaf, e la vicina Karbala, non esiste sciismo. La visita ha avuto rilievo perché molti hanno visto un nuovo rapporto tra il Vaticano e questa scuola sciita che ha sempre respinto l’eresia teocratica khomeinista, ma soprattutto perché si è sperato che il viaggio nel nome della fratellanza potesse aprire le porte a un incontro tra i due poli dell’Islam in conflitto: sunniti e sciiti.

Senza rifare la sartoria millenaria dell’Islam noi oggi vediamo che tutti i conflitti che insanguinano il Medio Oriente arabo sono all’ombra di opposti imperialismi che contrappongono sciiti e sunniti. È così in Iraq, in Siria, in Libano, nello Yemen, per non palare poi delle azioni che i soggetti coinvolti i loro mercenari propongono in altri attigui scenari. Ognuno ha la sua storia e la sua versione delle responsabilità di tutto questo, ma certamente il wahhabismo, eresia alleata dei Saud dalla fondazione dello Stato, esportato dai sauditi per controllare i fedeli e il khomeinismo, eresia teocratica che ha lanciato l’esportazione delle rivoluzione, vi hanno contribuito enormemente. La scuola di Najaf non ha mai piegato la testa davanti alla teocrazia, rimanendo fedele alla visione sciita classica.

La speranza di un incontro tra il sunnita, al-Tayyeb, che ha firmato il documento di cui abbiamo accennato, e che quindi deve vedere quei principi come validi anche per i musulmani sciiti, e l’ayatollah al-Sistani, che con il papa ha pubblicamente apprezzato l’idea di fratellanza, appariva chimerica, contenendo il riconoscimento dell’altro e non la sua condanna come “nemico della fede” su cui si fondano le azioni degli opposti e analoghi estremisti.

Pochi giorni dopo la conclusione del viaggio di Francesco in Iraq, le principali autorità istituzionali dell’Iraq hanno ufficialmente e formalmente invitato lo sceicco al-Tayyeb a visitare il Paese, invito che lui ha accolto con entusiasmo. Sono seguite settimane di silenzio, poi il viaggio in Iraq del ministro degli esteri iraniano, Zarif, da molti considerato un moderato rispetto ai tetragoni esportatori della rivoluzione khomeinista, i pasdaran. Durante la sua permanenza a Baghdad Zarif ha incontrato anche il patriarca caldeo, cardinale Louis Sako, vero promotore e organizzatore del viaggio papale, che accompagnò Francesco a Najaf, all’incontro con al-Sistani.

Ora il sito on line vicino al Vaticano, Il Sismografo, ha notato un’intervista rilasciata dall’erede del padre storico della scuola di Najaf, al-Khoei, vero mentore a suo tempo dell’ayatollah al-Sistani. L’intervista è apparsa su al-Arabiya.net, saudita. Nel colloquio, che ha avuto luogo a Najaf, l’autorevolissimo accademico sciita ha detto, tra le altre cose, che si sta lavorando alacremente a un incontro tra l’ayatollah al-Sistani e lo sceicco al-Tayyeb. Che sarebbe un evento epocale, che sarebbe l’accettazione da parte islamica della propria stessa pluralità, è evidente. Tanto evidente che lo stesso al-Khoei, dopo aver detto che “l’Islam vola sulle ali di sciismo e sunnismo” avverte che l’opportunità va tenuta lontano dai riflettori. Infatti non sorprende che poche ore dopo nell’altra località santa sciita, Karbala, due giovani in motocicletta hanno ucciso a pistolettate un noto attivista per i diritti di cittadinanza e la fine dell’ingerenza miliziana iraniana. Ne è divampata una protesta di sciiti che sono giunti fino a Najaf, dove si è tentato di assalire l’ambasciata iraniana.

Le forze ostili all’incontro ci sono e sono terribili, ma non si può non notare che dopo mesi di evidente lavorio su cosa dovrebbero dire e magari firmare al-Sistani e al-Tayyeb, sauditi e iraniani hanno avviato negoziati attesi da decenni, mentre le guerre divorano milioni di vite. Chi ha bisogno di un nemico per sopravvivere è contrario, ma questa volta gli interlocutori di Francesco stanno proprio cercando, grazie al loro interlocutore, di riportare la fede dalla parte dei credenti e non dei cantori dell’odio.

Se Francesco aiuta l’Islam a riconoscere il valore del pluralismo

Non si può non notare che, pur essendoci forze ostili all’incontro, dopo mesi di evidente lavorio su cosa dovrebbero dire e magari firmare al-Sistani e al-Tayyeb, sauditi e iraniani hanno avviato negoziati attesi da decenni, mentre le guerre divorano milioni di vite. Gli interlocutori di Francesco stanno cercando, grazie al papa, di riportare la fede dalla parte dei credenti e non dei cantori dell’odio

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