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Si scrive molto, in questi giorni, della situazione di crisi nell’est dell’Ucraina. La regione del Donbas, nella quale da sette anni si scontrano le forze governative ed i separatisti filorussi, appare nuovamente al centro dei timori della comunità internazionale.

Come spesso accade, in una situazione di crisi si osservano gli effetti, ma pochi si preoccupano di analizzare le cause. Invece, la comprensione delle dinamiche che stanno dietro a fatti complessi è indispensabile per poterle affrontare con cognizione di causa. In questa breve analisi, vorrei partire da una premessa necessaria.

Quando si parla della Russia, si dà per scontato che essa sia una superpotenza globale. Ciò è vero solo in parte. Infatti, la Russia si presenta oggi come un gigante dai piedi d’argilla.

È lo stato più esteso del mondo, sono ben 11 i fusi orari che, da Kaliningrad alla Kamčatka, attraversano il territorio russo; confina con 14 paesi; la sua estensione è di oltre 17 milioni di chilometri quadrati, poco meno della somma di Cina e Stati Uniti, quasi sessanta volte l’Italia. Su questa immensa superficie vivono 145 milioni di abitanti, con una densità di popolazione di meno di 9 abitanti per kmq (in Italia siamo quasi 200). Il prodotto interno lordo della Russia è inferiore a quello italiano e non di molto superiore a quello spagnolo.

Perché, dunque, la Russia continua ad essere determinante negli equilibri globali? Non certo per il suo peso economico (mi venne da sorridere quando un ministro italiano affermò che Mosca avrebbe potuto acquistare il debito pubblico italiano: con che soldi? mi chiesi…).

Le zone in mano ai separatisti

Non c’è dubbio che la Russia costituisca ancora oggi un player globale in virtù della propria potenza militare. Le sue forze armate sono ancora classificate come le seconde al mondo dopo gli Usa, per quanto di poco superiori alla Cina, ma, soprattutto, Mosca dispone di quasi 7000 testate nucleari, al pari degli USA e circa 20 volte più delle altre principali potenze nucleari: Regno Unito, Francia e Cina.

Dal punto di vista economico, la Russia è invece preda ormai da molto tempo di una gravissima crisi, acutizzatasi a seguito delle sanzioni occidentali, ma, molto di più, per il crollo del prezzo del petrolio e del gas, che ne hanno sempre rappresentato oltre il 50% del Pil.

Sotto il profilo degli equilibri interni, il colosso russo è alle prese da anni con gravi problemi legati sia al controllo di un territorio troppo vasto, sia ad un sistema politico totalitario, che non dà spazio ad alcun tipo di reale opposizione.

L’ultimo, evidentissimo problema, che ha messo in luce tutte le difficoltà politiche di un sistema ancora legato alle logiche sovietiche, è stato il caso Navalny. Questo si aggiunge alle numerose evidenze di fenomeni di interferenza nei processi democratici di altri Paesi, di interventi intimidatori (dei quali sono stato personalmente fatto oggetto quando ricoprivo il ruolo di presidente della Assemblea Parlamentare della Nato), di hackeraggio e spionaggio internazionale, da ultimo il triste caso italiano di poche settimane fa.

Né si può dire che la pandemia abbia aiutato Putin, che pure aveva cercato di approfittare, all’inizio, delle evidenti debolezze dell’Europa per cercare di spaccarla al proprio interno mandando “aiuti” ai paesi amici, a cominciare dal nostro.

Anche della qualità del vaccino Sputnik, divenuto oggetto di dibattito politico più che scientifico, non si hanno ancora evidenze, e bene fa l’Ema ad esigere un controllo ferreo. Infatti, se in occidente ogni controindicazione ad un vaccino viene resa pubblica, è difficile pensare che altrettanto accada in un paese dove il controllo statale sui mezzi di informazione è totale.

Ho fatto questa lunga premessa per poter ora sottolineare quello che considero essere il vero fattore che spiega quanto sta – nuovamente – accadendo ai confini dell’Ucraina.

Nella storia degli ultimi due decenni, ogni volta che la popolarità interna di Vladimir Putin ha conosciuto, per diverse ragioni, un calo, il presidente russo ha messo in atto azioni di forza in ambito internazionale, per affermare, di fronte al proprio popolo, il ruolo di leadership internazionale della Russia, riconquistando così il consenso perduto.

Ciò è accaduto a partire dal 2008 con l’occupazione di due province della Georgia, l’Abkhazia e il Sud Ossezia, tuttora militarmente sotto controllo dell’esercito di Mosca. Si è verificato nuovamente nel 2014 con l’illegittima annessione alla Russia della Crimea e con l’avvio della guerra nel Donbass. Vi è stato un ulteriore esempio con l’operazione sviluppatasi in Siria a partire dalla fine del 2015 e poi estesasi ad altre parti dello scacchiere medio-orientale e mediterraneo, in particolare in Libia.

Tutto questo era stato preceduto dal controllo, esercitato da decenni, della Transnistria, piccola provincia della Moldova, incuneata come uno spillo nel fianco est dell’Europa, e del conflitto in Nagorno Karabakh, recentemente conclusosi con la riconquista dei territori da parte dell’Azerbaijan. Ma su questa situazione occorrerà una profonda ulteriore riflessione.

 

Le potenze intorno al Mar Nero

Sono, questi, i cosiddetti “conflitti congelati”, che ho sempre preferito denominare “ad intensità variabile”, perché essi vengono controllati nel loro sviluppo da Putin, attraverso una serie di stop-and-go che egli sa gestire con tempismo tattico insuperabile.

Dunque, l’aggravarsi della situazione politica interna, con il conseguente calo di consensi per il presidente russo, è, ancora una volta, alla radice dell’inasprirsi del conflitto sul fianco est della tormentata Ucraina.

Non hanno certo aiutato le recenti esternazioni del presidente Biden, che ha definito Putin come “assassino”, né la messa in atto della grande operazione Nato “Defender Europe”, che ha tra i propri scopi quello di contrastare il crescente influsso russo nella regione del mar Nero.

Proprio questo, dal punto di vista geopolitico, è il nodo della questione: il mar Nero è altamente strategico per Mosca, sia commercialmente che militarmente, ma le sue coste sono, per la gran parte, controllate da Paesi ostili: in senso orario, Georgia (non a caso l’occupata provincia dell’Abkhatia si sviluppa lungo una parte della costa del mar Nero), Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina.

Ecco allora spiegate le reali cause dell’ammassarsi di ingenti contingenti russi al confine est dell’Ucraina: la necessità di Putin di dimostrare al suo popolo la propria forza muscolare, che fa leva sull’orgoglio russo, e l’esigenza di non dare spazio alle forze alleate nel delicato quadrante del Mar Nero. Per inciso, la difesa dell’ingresso dello stesso Mar Nero è la vera ragione geopolitica dell’operazione russa in Siria, attraverso il controllo dei porti siriani sul Mediterraneo.

Nell’eterno gioco degli equilibri di reciproca deterrenza, queste operazioni di Mosca fanno, in fondo, il gioco della Nato e degli stessi Usa, che ritrovano la propria unità contro la minaccia rappresentata da una Russia da sempre considerata come “il Nemico”.

Putin, però, ha ancora molte altre frecce al proprio arco, che non esiterà a scagliare in caso di insuccesso dell’ennesima – e costosissima – operazione nell’est ucraino. Mi riferisco agli attacchi informatici, alle interferenze e alle operazioni di spionaggio, ai legami commerciali che comunque vanta con paesi occidentali grazie alla fornitura di gas (a partire dalla Germania).

Mi permetto di segnalare, oltre a questi noti fronti di rischi, un aspetto che vedo assai trascurato, legato proprio alla Transnistria. La Moldova, di cui questa provincia fa parte, ha recentemente eletto presidente l’europeista Maia Sandu, nonostante anni di fortissima propaganda antieuropea e filorussa, che faceva leva sulla estrema povertà del paese e sul controllo di fonti di informazione radiofoniche e televisive da parte di Mosca.

Come non aspettarsi, allora, reazioni da parte di Putin anche in questa piccola regione che si incunea tra la Moldova e l’Ucraina, dichiaratasi indipendente e dove Mosca mantiene una “forza di pace”?

La Transnistria potrebbe essere il prossimo conflitto che si “scongela”. Mi auguro che ciò non si verifichi, ma temo, purtroppo, che potrebbe accadere.

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