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La buona notizia è che le forze siriane e curde concordano di estendere il cessate il fuoco, la cattiva è che incombe, silente, la minaccia di un conflitto aspro e multilaterale nella macro area: il trasferimento dei presunti membri dello Stato Islamico dalla Siria all’Iraq è potenziale miccia e si intreccia con gli effetti dei nuovi equilibri in seno a Damasco, perché non è solo la stagione di Ahmed al-Sharaa a monopolizzare le attenzioni di Iran, Cina e Golfo ma le intromissioni esterne di chi, avendo smarrito la presa su quel fazzoletto di terre e interessi, vede sminuire il proprio peso specifico a cavallo tra il quadrante mediterraneo e quello mediorientale.

COSA LEGA TREGUA E STATI UNITI

La tregua delle armi è un punto di partenza a cui far seguire altre iniziative. L’esercito siriano ha preso il controllo del campo che ospita migliaia di persone legate all’Isis dopo due settimane di combattimenti tra l’esercito e le Sdf: un passaggio che è connesso al futuro delle contrapposizioni sul campo e al destino di Damasco, se rapportato ai “vicini”: è questo il crocevia del destini futuri del paese. Se da un lato l’obiettivo di uno Stato autonomo potrebbe essere definitivamente finito per i curdi siriani, dall’altro l’intera movimentazione geopolitica sulla Siria presenta caratteri strutturali e interconnessi con gli attori Nato, come Usa, Ue, Turchia.

Il ruolo americano si manifesta nelle considerazioni di Tom Barrack, l’inviato statunitense in Siria, secondo cui il ruolo delle Sdf come principale forza anti-Isil è “in gran parte scaduto” e che il governo di Damasco è “pronto ad assumersi le responsabilità della sicurezza”. Secondo quanto riportato dal Wsj la Casa Bianca starebbe valutando un ritiro completo delle truppe dalla Siria, circa 1.000 soldati statunitensi, per lo più affiancati alle truppe delle Forze democratiche siriane (Sdf) guidate dai curdi.

LE MIRE ESTERNE

La Russia, “distratta” dalla guerra mossa all’Ucraina, non ha più le energia per determinare le politiche in Siria ma si registra comunque un riavvicinamento tra Russia e Siria, in particolare in ambito di sicurezza. Il dialogo avviato tra i ministeri della Difesa e le forze armate dei due Paesi ha riguardato parallelamente il rinnovamento dell’esercito siriano e l’eventuale dispiegamento russo in territorio siriano. Due elementi che gli altri attori in campo stanno valutando con attenzione, anche per via degli effetti a catena che potrebbero generarsi. Chi non fa salti di gioia è Israele che potrebbe valutare il tutto come una minore libertà d’azione e al contempo con un rischio legato ai progetti iraniani. Non va dimenticato che la visita di al-Sharaa a Mosca il 15 ottobre si è svolta in un clima di caldissima accoglienza ricevuta dal presidente Putin e che la Russia vorrebbe posizionarsi come soggetto attivo nel dialogo siriano-israeliano. Ma Damasco già in solitaria (quindi senza l’assist putiniano) vorrebbe riattivare l’accordo del 1974 che creava una zona cuscinetto pattugliata dalle Nazioni Unite nella Siria meridionale così da garantire il ritiro delle forze israeliane.

Venendo all’Iran, da tempo Teheran vanta legami importanti con i curdi siriani e gli alawiti per cui se le minoranze troveranno spazio nel nuovo sistema politico siriano ecco che la presenza sotterranea iraniana avrà un peso, anche in relazione alle mosse di Israele e Turchia. Al-Sharaa ha stabilito stretti legami con la Turchia e ha ripetutamente dichiarato il suo desiderio di evitare il confronto con Israele, anche se di fatto Ankara e Gerusalemme restano in rotta di collisione in Siria.

Infine la Cina: Pechino non resterà fuori dalla partita, come dimostra la storica visita del ministro degli Esteri siriano Asaad al Shaibani a Pechino. Significa che la Siria conta sulla Cina come potenziale come partner economico. Il ministero degli Esteri cinese ha spiegato ufficialmente che “la Cina è pronta a prendere in considerazione attivamente la possibilità di partecipare alla ricostruzione economica della Siria”. Ma se tutti lavoreranno, come sembra, in Siria allora come sarà possibile evitare lì i riverberi delle tensioni fra i singoli stati coinvolti?

Isis, Russia, Cina. Quale convivenza oltre la tregua in Siria

Pechino non resterà fuori dalla partita, come dimostra la storica visita del ministro degli Esteri siriano Asaad al Shaibani a Pechino. Ma se tutti lavoreranno, come sembra, in Siria allora come sarà possibile evitare lì i riverberi delle tensioni fra i singoli stati coinvolti?

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