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A un anno dalla sua comparsa, oramai sul virus viene interpellato più l’esperto di politica che il virologo. Impensabile solo pochi mesi fa, è il segno che quella sanitaria non è più la principale emergenza di questa pandemia. Mostra al meglio come si è evoluta. E noi con essa, forse anche di più.

Anche se i numeri di oggi sono uguali se non peggiori a quelli del 2020, il fatto di (credere di) saperne più del virus ci ha permesso di metabolizzarlo come un qualcosa con cui possiamo\potremo vivere.  Non è soltanto questione di esasperazione o egoismo. La natura umana ha il pregio, spesso sottovalutato, di sapersi adattare come nessun altro ai cambiamenti anche più radicali del suo habitat.

Il punto è che questo istituzionalizzarsi del virus nella sfera sociale lo ha privato di quell’alone di emergenza sospensiva di tutto il resto e ha dato significati politici ad aspetti all’apparenza solo sanitari e viceversa. Obiettare a scelte di governo in tempi pandemici non sembra più di inopportuno agli occhi di pubbliche opinioni confuse e risentite.

Questo vale anche per la dimensione internazionale segnata dalla vicenda delle strategie di approvvigionamento dei vaccini messe in atto da ogni paese, in ordine sparso.  La portata geo-politica di questa corsa è addirittura maggiore di quella già notevole che allo scoppio della pandemia riguardò la ricerca dei vari dispositivi medici di protezione dal virus, sui quali si registrò una nuova guerra degli aiuti con alcuni Stati-donatori a competere nell’assistere gli stessi beneficiari.

Oggi sembra riproporsi un altro capitolo di questa vicenda, con al centro degli aiuti non più il materiale sanitario d’emergenza ma i vaccini, vero asset del momento.

Nella previsione (pare fondata) che nel 2022 li aspetti la stessa sorte toccata alle mascherine e che passino da un eccesso di domanda ad uno di offerta, è bene intanto soffermarsi sulla partita politica di questa Primavera 2021. È utile tornare sulle diverse morfologie dei vaccini in campo, ampliando una tesi avanzata su Formiche.net.

Nel numero in uscita di LIMES (nr. 3/2021) proponiamo una sistematizzazione delle principali caratteristiche di quelli che abbiamo definito il Vaccino Economico Occidentale in contrapposizione al Vaccino Geopolitico Orientale, secondo la seguente tabella riassuntiva:

Vaccino Economico Occidentale Vaccino (Geo)politico Orientale
Privato (Imprese) Pubblico (Stato)
Finalità originaria commerciale Finalità originaria geopolitica
Controllo politico indiretto Controllo politico diretto
Target nazionale: ripartenza economica Target nazionale: consenso politico
Target internazionale secondario (Covax) Target internazionale primario (Aiuti)
Multilaterale (Unione Europea)

Unilaterale protezionista (Usa, Regno Unito)

Bilaterale attivo (Russia, Cina)

 

Per la descrizione dettagliata delle interazioni dei due vaccini si rimanda al saggio. Qui vale ricordare il principale fenomeno correlato nelle relazioni internazionali. Ovvero, che in questa terza fase pandemica la politica estera degli aiuti sanitari è dominata dai paesi del Vaccino Geopolitico Orientale che corrono quasi in solitaria una gara cui i paesi del “vaccino economico eccidentale” partecipano per ora con poca convinzione (si veda la campagna multilaterale Covax).

Donatori “politici” attivi nella prima fase pandemica, oggi sono assenti in parte perché presi dalla priorità “economica” della finalizzazione delle proprie campagne di immunizzazione e in parte perché non hanno un controllo diretto sulla produzione e distribuzione di vaccini che sono di natura privata e rispondono a logiche commerciali.

A sua volta, il fronte vaccinale occidentale non è compatto nell’approccio.

Mentre il “vaccino economico occidentale unilaterale” (Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele etc.) ha almeno permesso di affrontare con efficacia la questione delle immunizzazioni nazionali coinvolte, quello “multilaterale” (Unione europea) fronteggia pure una crisi interna dovuta ad una cronica mancanza di approvvigionamenti.

Il che aiuta a inquadrare meglio la difficoltà ed il ritardo con cui l’Ue e l’Italia stanno cedendo al richiamo del vaccino politico orientale.

Per Bruxelles è un passo che implica due ordini di problemi. Nell’immediato, accettarlo con troppa convinzione significherebbe ammettere il fallimento non solo della strategia vaccinale multilaterale ma anche dell’intera impostazione privatistica scelta a monte per il vaccino economico occidentale. Ne risentirebbe la già consistente crisi di legittimità politica europea.

Ancora più evidente sarebbe il cortocircuito del chiedere un vaccino di Stato alla Russia proprio mentre da alcuni anni questa è oggetto di un netto isolamento diplomatico da parte dell’Ue.

Poiché non esiste il precedente di un beneficiario che mantiene sanzioni nei confronti di un suo donatore è prevedibile che le relazioni europee nei confronti di Mosca dovrebbero subire una revisione in senso distensivo ed espansivo.

Vi è infine la posizione di Roma, divisa tra la necessità oggettiva di aprirsi ad altri vaccini, sostenuta peraltro da gran parte della pubblica opinione, e la difficoltà a fare uno strappo verso la Ue e muoversi bilateralmente, sia per la partita ancora aperta del Recovery Fund che per lo stesso carisma europeo e atlantista di Mario Draghi.

Con un cambio di governo in Italia e di presidente alla Casa Bianca nel 2021 si comprende perché Roma sia più reticente a fare oggi un passo (chiedere lo Sputnik V) tutto sommato minore rispetto a quello osato dal governo Conte nel 2020 nell’invocare l’aiuto di Mosca, per di più ad opera di militari.

Il tutto lascia supporre che il tacito assenso che all’epoca arrivò all’operazione “Dalla Russia con amore” dall’Amministrazione di Donald Trump tardi a ripetersi oggi con quella di Joe Biden nei confronti dello Sputnik V in Italia. A maggior ragione, a pochi giorni dal richiamo russo del suo Ambasciatore a Washington.

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