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Se c’è un bastone tra le ruote della Cina, è italiano. Sì, perché Roma ha fatto quello finora nessuno aveva voluto o potuto fare: alzare un primo, vero, argine contro la marea cinese, che tutto travolge e tutto ingoia, dalle auto elettriche fino alla manifattura per la vita quotidiana. Passando per le energie rinnovabili. Poche settimane fa il governo di Giorgia Meloni ha dato un primo giro di manovella, mettendosi a tavolino per valutare come tenere a bada gli investitori cinesi già presenti nel capitale di molte realtà industriali strategiche. Nulla di più specifico è ancora emerso, ma è notizia di queste ore l’entrata in vigore del decreto del ministero dell’Ambiente, costola del più ampio provvedimento FerX (concepito per sostenere la produzione di energia elettrica di impianti a fonti rinnovabili con costi di generazione vicini alla competitività di mercato), che mette alla porta, per la prima volta in Italia e in Europa, i produttori di pannelli fotovoltaici cinesi.

Non è certo un mistero che oggi la quasi totalità dei pannelli installati in Ue sia di provenienza cinese, soprattutto sul versante della componentistica. C’è una ragione di mercato a monte, ovvero il fatto che i pannelli cinesi costano il 60% in meno di quelli prodotti in Occidente. L’Italia, però, vuole rilanciare la filiera europea e lanciare una ciambella di salvataggio ai produttori del Vecchio continente. E dunque, niente più moduli, inverter e celle fotovoltaiche assemblate o prodotte in Cina. Gli incentivi previsti dal decreto (che ha sbloccato dopo diversi anni le aste, in ripartenza a settembre) andranno solo a chi usa e installa pannelli prodotti in Europa. Un altolà in piena regola, va bene, ma la domanda a questo punto è: basterà a fermare la Cina. E gli altri Paesi dell’Unione seguiranno l’esempio italiano? Formiche.net ne ha parlato con Carlo Pelanda, economista, saggista e gran conoscitore di cose d’Oriente.

Con la messa al bando dei pannelli fotovoltaici cinesi, l’Italia ha aperto il fronte della reazione industriale europea contro la Cina. Che effetto le fa tale mossa?

Mi pare una mossa di tipo geopolitico e geoeconomico, certamente coraggiosa e che ha una chiara matrice. Tuttavia era una decisione ampiamente attesa e prevedibile. Ma certamente è un buon segnale, nella direzione di una rottura della dipendenza europea dalla Cina.

Perché dice mossa prevedibile?

Perché è da tempo che in Europa si parla di rischi per la sicurezza dai prodotti cinesi, oltre a quelli di dumping. Prima o poi qualcuno doveva rompere gli indugi, lanciare il sasso nello stagno. E il sasso l’ha tirato l’Italia.

Lei parlava anche di ragioni e risvolti geopolitici. 

Certamente. Per parte italiana, non dobbiamo mai dimenticarci il forte legame bilaterale con gli Stati Uniti. Una relazione che ha come punto di caduta la presa di distanza dalla Cina. Quindi il governo italiano si è anche regolato in base a questi equilibri.

Pelanda, quali sono le probabilità che l’esempio italiano venga a questo punto seguito da altri Paesi membri?

Questa è una bella domanda. La Germania potrebbe avere dei problemi, è ancora molto legata alle forniture cinesi. Però sullo sfondo c’è una strategia europea che mira a ridurre la dipendenza dalla Cina. Quei Paesi che sono ben incastonati con Pechino, quelli non lo faranno di certo. Una cosa è certo, l’Italia è stata d’avanguardia, anticipando i tempi di una tendenza europea più ampia.

I pannelli fotovoltaici sono solo una delle tante produzioni cinesi che inondano il mondo occidentale. Lei crede che davvero, alla fine, l’Europa potrà fare a meno della manifattura cinese?

Credo di sì. Il problema della dipendenza non è tanto tecnologico, ma di mercato, nel senso che la merce cinese costa meno. L’Europa e l’Italia possono sostituire i prodotti cinesi, anche grazie allo sviluppo e la promozione di accordi per lo sfruttamento di terre rare. Quindi direi di sì, recidere il cordone ombelicale è possibile, ci vorranno 5 o 6 anni, non un tempo molto lungo. Ma bisogna fare i compiti a casa.

Che cosa intende dire?

Non basta mettere alla porta la Cina, dire che no, i pannelli cinesi non si comprano più. Bisogna, se si vuole davvero diventare indipendenti, investire per sostituire le produzioni cinesi con quelle europei. Voglio dire, che Pechino vada allontanata ormai è un orientamento politico conclamato, specialmente se si è alleati degli Stati Uniti. Ma se non si investe in casa propria, alla fine saremo sempre costretti a comprare cinese.

Non è una guerra economica, insomma, semmai un ribaltamento degli approvvigionamenti. Come a dire, i pannelli ora ce li facciamo noi.

Esattamente. Guardi che in qualsiasi università italiana possono tirare fuori un pannello fotovoltaico. Il problema è poi quanto costa metterlo in produzione. Ai cinesi costa molto meno.

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