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Nella lunga schiera di tappeti rossi stesi dalla stampa estera al premier incaricato Mario Draghi c’è anche chi, in questi giorni, soprattutto dagli Stati Uniti, si interroga sul futuro della politica estera italiana sotto la guida di Mr. Bce.

Della “geopolitica Draghi” non esiste un manuale né traccia che permetta di ricostruire una vera e propria dottrina. Non sorprende per un uomo che ha passato buona parte della sua vita pubblica alla guida di istituzioni, da Bankitalia alla Banca centrale europea, improntate, almeno da statuto, alla più rigorosa indipendenza.

Chi accetta di fare il premier di un Paese G7 e fondatore dell’Ue non può tuttavia non avere in mente una road map, sia pure abbozzata, di dove vuole traghettarlo. Ne è convinto Melvin Krauss, professore emerito di Economia alla New York University, che firma un lungo editoriale sulla prestigiosa rivista Project Syndicate dal titolo eloquente: “Draghi e la difesa della democrazia”. Chi ha detto che da Palazzo Chigi Draghi non possa dare una svolta agli affari esteri Ue?

“Arrivando subito dopo l’approdo alla Casa Bianca di Joe Biden, e con il ritiro imminente della Cancelliera tedesca Angela Merkel, una presidenza Draghi farebbe sì che il presidente francese Emmanuel Macron non sarebbe più l’unica figura in Europa ad ergersi a difesa dell’Occidente e dei valori democratici”, scrive in apertura l’autore.

Dopotutto, è l’assunto da cui parte l’editoriale, un vero europeista alla guida di un Paese leader Ue potrebbe scoprire di avere un vantaggio competitivo rispetto alla presidenza Biden. E, chissà, magari raddrizzare la rotta dei rapporti transatlantici, dopo qualche stortura iniziale.

Come il Cai (Comprehensive agreement on investments), cioè il maxi-accordo sugli investimenti siglato fra Cina e Ue a dicembre su spinta della Germania, forte della sua presidenza del Consiglio europeo, senza aspettare un confronto con l’alleato americano (Consultazioni “sarebbero gradite”, aveva sbuffato su twitter il neo-Consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan).

O ancora il caso Navalny. A Washington DC si sarebbero aspettati una reazione più vocale da parte dell’Ue nei confronti di Vladimir Putin. A partire dal governo tedesco, legato a doppio filo a Mosca dal gasdotto North Stream 2 su cui gli Usa stanno per riversare una cascata di nuove sanzioni. Senza parlare degli “autoritari” in casa, come l’ungherese Viktor Orban. “Invece che alzare la voce contro la minaccia di un veto al bilancio Ue e al Recovery Fund, l’Unione ha compiaciuto l’autoritario primo ministro ungherese, nonché l’ex migliore amico di Trump in Europa”.

Si dirà: cosa può fare l’Italia di Draghi? I pronostici spengono molti dei facili entusiasmi. Il segretario di Stato Usa Anthony Blinken questo giovedì era impegnato in una chiamata con i colleghi di Francia, Germania e Regno Unito, non altri. Lo stesso giorno Biden ha tenuto al Dipartimento di Stato il suo primo Foreign policy speech, citando tutti i Paesi G7, dal Canada al Giappone, tranne l’Italia. Segnali che non vanno sopravvalutati ma neanche sono da ignorare.

La carta Draghi però può fare la differenza. I buoni rapporti che legano il banchiere agli Stati Uniti sono ben noti. Quando fu chiamato a Francoforte, ha notato su Formiche.net Giulio Sapelli, gioì e non poco Washington DC, “preoccupata dalla deflazione europea e dalla pressione cinese sull’Ue e su taluni Stati firmatari dei trattati europei”.

Ma c’è di più. Gli otto anni di esperienza negoziale di Draghi fra rigoristi del Nord e i Paesi del Sud possono risultare preziosi a trovare il bandolo della matassa anche in politica estera. Come?

Partendo dalla politica commerciale, scrive ancora su Project Syndicate Krauss. È questo l’unico vero strumento in mano ai Paesi Ue per mettere alle corde rivali sistemici come Russia e Cina. “L’uomo del whatever it takes che ha salvato l’euro ha l’esperienza e la conoscenza per mediare fra l’Europa del nord e il sud: concessioni economiche in cambio di una politica commerciale più dura nei confronti di Russia e Cina”. Su Forbes Mike O’Sullivan rincara: la capacità negoziale di Draghi “renderà la politica estera italiana meno amichevole con la Russia e più impegnata con i suoi vicini mediterranei”.

Quest’idea di “sovranità” intesa come cooperazione è un tratto comune alla dottrina Draghi e a quella di Biden, nota la rivista francese Le Grand Continent. Per Draghi “una decisione collettiva a livello dell’Unione – che certamente implica una certa perdita di indipendenza – potrebbe preservare un margine di manovra e l’effettivo successo dell’azione. Un’argomentazione a sostegno di una sovranità condivisa a livello dell’Unione, insomma”.

È stato detto e provato in questi mesi che il rapporto di qualsiasi alleato con l’amministrazione Biden passa necessariamente da Bruxelles. Non è un azzardo pensare che passi anche da Mario Draghi.

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