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Ma insomma che fine ha fatto? Dov’è finito un classico della politica italiana, l’effetto bandwagon, nostranamente tradotto come salto della quaglia o corsa sul carro del vincitore? Avrebbe dovuto essere la carta vincente di Giuseppe Conte, la mordacchia per Matteo Renzi e i suoi mefitici funambolismi; lo scudo di Pd e M5S verso un patto di un governo e di legislatura; la conferma che la forza attrattiva dell’esecutivo con “i ministri del mondo” non è una boutade bensì la polizza che garantisce il premio più grande: la scelta del nuovo inquilino del Quirinale.

Invece no, il wagon (traduzione inglese di “carrozzone”) è incidentato e la band – a parte qualche singolo, stranito e incerto – non si appalesa, almeno per ora, e le premesse non sono esaltanti. Di conseguenza la maggioranza giallorossa si sfibra, Italia Viva è il pezzo mancante che non si riesce a sostituire e che, anzi, viene sdegnosamente rifiutato; i brandelli centristi ondeggiano sotto il terremoto dei voti di una fiducia che ieri non c’era, oggi nemmeno e, verosimilmente, domani neppure.

L’effetto alienante e distorsivo è poi accresciuto dal fatto che la bandwagon è fuori gioco anche in senso opposto. Neppure la minoranza che pareggia la maggioranza (al Senato: ma non bisognava abolirlo?) attrae e calamita. Sì, certo, anche da questa parte due-tre acquisti ci sono. Ma sono spuri, fanno un titoletto di giornale non un dato politico.

Il risultato è che ciascuno resta nel suo fortino, abbarbicato a quel poco che c’è e che è sempre meglio di niente. Peccato che così da un lato non si possa governare e dall’altro non si riesca ad espugnare il fortilizio del potere che sta a palazzo Chigi.

Perché succede questo? Le risposte possono essere molteplici ma una prende consistenza. E cioè che per saltare sul carro del vincitore è fondamentale che un vincitore ci sia, sia riconoscibile e bendisposto verso i nuovi arrivati. Al contrario, nel Paese confuso e stordito che è il nostro, dove rabbia, paura e sconcerto la fanno da padrone, ciò che non è chiaro è proprio chi i panni del vincitore possa indossare. Non c’è una Signoria capace di elargire garanzie (di ricandidatura) e sicurezza di incarichi (di governo ma non solo).

Pd e M5S fanno la faccia feroce, minacciano sfracelli ed elezioni, chiudono la porta al rientro dei reprobi renziani. Ma tutto questo non fa scaturire sostegni parlamentari tali da scongiurare scivoloni e sconfitte. Il centrodestra non è da meno, sale al Colle (ma non tutto: la pattuglia di Toti resta fuori, ed è un segnale non trascurabile), brandisce l’inagibilità delle Camere e spinge per uno sbocco elettorale. Ma non riesce a rimpinguare i suoi ranghi in modo che quella richiesta diventi così pressante e corposa da convincere l’arbitro a fischiare la fine della partita.

Non ci sono vincitori (al momento) e non ci sono vinti (idem). C’è lo stallo, che è la condizione peggiore che un Paese possa augurarsi. E che per l’Italia è arsenico politico.

È possibile che tra qualche giorno o addirittura ad horas la situazione cambi e il quadro si chiarisca. Ma la coltre di indeterminatezza è destinata a durare, perfino una volta aperte le urne. Il sistema elettorale che c’è non si è dimostrato adeguato a garantire una maggioranza. Ne ha prodotte due antitetiche e vorrebbe fare tris sempre con lo stesso presidente del Consiglio: un record da non sventolare perché imbarazza invece di dare lustro.

Quella che in tanti agognano, la scelta proporzionale, è di là da venire: occorrerebbe una maggioranza forte e coesa, ma così torniamo al punto iniziale. L’incertezza che regna sovrana non produce bandwagon. Piuttosto intorpidisce le coscienze, obnubila le menti, storpia i comportamenti. È la palude, che produce velleità e trascina verso il fondo le energie. A ben vedere, l’effetto bandwagon è l’opposto del senso dì responsabilità.  Se l’uno non c’è, tocca all’altro prenderne il posto.

Nessuno sale sul carro se non c’è il vincitore. Il mosaico di Fusi

Di Carlo Fusi

Per saltare sul bandwagon è fondamentale che un vincitore ci sia, sia riconoscibile e bendisposto verso i nuovi arrivati. Al contrario, nel nostro Paese confuso e stordito, rabbia, paura e sconcerto la fanno da padrone

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