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La storia possiede un’ironia crudele: non solo registra, ma ripropone errori e omissioni, costringendo gli uomini a confrontarsi con i propri fallimenti. Nel giorno dell’anniversario della morte di Alcide De Gasperi, mentre l’Europa scopre quanto fragile sia la sua architettura politica, i leader del continente si sono trovati accanto al presidente degli Stati Uniti non per celebrare successi, ma per reagire all’aggressione russa in Ucraina. Kyiv, un tempo periferia, è oggi bastione della libertà europea, ultimo argine contro la rinascita imperiale di Mosca. Dalla loro unità, dalle loro parole, dalla loro posizione politica netta ed unitaria rassegnata a Trump, si registrata una consapevolezza nuova del loro ruolo e delle necessità impellenti.

De Gasperi lo aveva intuito con lucidità settant’anni fa: l’Europa non avrebbe avuto futuro senza unità politica e difesa comune. La pace non si costruisce solo sul commercio, ma su una coscienza condivisa del destino collettivo. Allora, però, il continente era ancora intossicato dal veleno dei nazionalismi, e fu la Francia di De Gaulle, arroccata nella sua grandeur, a bloccare il progetto federale. Si preferì un’Europa economica, più attenta al mercato che alla libertà, incapace di darsi un volto politico.

Oggi la vecchia infezione riemerge: il nazionalismo russo, miscela di minacce e illusioni, vuole tenere in ostaggio non solo l’Ucraina, ma l’intero equilibrio europeo. La logica resta invariata: coprire un interno fragile con espansioni esterne, offrendo al popolo un’illusione di grandezza. Non è solo guerra di confini, è scontro tra modelli di civiltà: autoritarismo contro democrazia.

La questione diventa inevitabile: l’Europa è pronta a riconoscere che le vecchie sovranità sono ormai gusci vuoti? Che gli stati nazionali, ridotti a recinti provinciali in un mondo di colossi, non proteggono più ma soffocano? La guerra in Ucraina ha rivelato l’assurdità di un’Unione che si proclama unita senza avere un esercito comune, che invoca valori ma resta prigioniera dei veti di governi gelosi dei propri interessi. È il paradosso di un continente che recita a memoria le formule della pace senza tradurle in istituzioni vive.

Eppure, dopo decenni di esitazioni, le condizioni sembrano mature: non per coraggio improvviso, ma perché non esistono alternative. Le rovine non sono più un avvertimento, sono già realtà. Non basta commemorare De Gasperi o evocare la sua visione; occorre incarnarla, trasformarla in difesa comune, decisioni rapide, autorità sovranazionale. Solo così l’Europa potrà smettere di essere spettatrice e diventare soggetto della propria storia.

La lezione è severa: la storia non ha pietà degli indecisi. Ricorda che gli uomini superano le proprie debolezze solo attraverso le rovine che essi stessi generano. Oggi quelle rovine si stanno accumulando: se l’Europa non troverà il coraggio di unirsi davvero, tornerà ad essere ciò che era prima di De Gasperi, un mosaico di fragili poteri, scacchiera per i giochi altrui. Le forze politiche italiane hanno compreso davvero la sfida?

Sono pronte ad abbandonare le loro posizioni confuse e talvolta ambigue? Sono pronte a partecipare unitariamente e con il governo ad una azione al riparo da inutili ed infantili divisioni sulle scelte assai impegnative che questi tempi ci richiedono?

Difesa comune e sovranità europea. L’eredità da recuperare di De Gasperi

Nel mese dell’anniversario della morte di Alcide De Gasperi, l’Europa si scopre fragile e incompiuta. La lezione del fondatore è più attuale che mai: senza difesa comune e istituzioni forti, l’Unione rischia di ridursi a mosaico impotente. L’Italia saprà superare divisioni e ambiguità per contribuire a una scelta storica? L’analisi di Raffaele Bonanni

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