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L’uccisione del balck-op Cia in Somalia, per circostanze non chiare (forse in missione, forse in un agguato), arriva mentre l’amministrazione Trump sta spingendo per il ritiro del contingente statunitense dal territorio del Paese africano, e riattiva anche un canale laterale: l’estensione al Kenya – all’opposto del ritiro – dei bombardamenti contro il gruppo jihadista Shabab (la ragione principale della presenza americana in Somalia).

La questione è dibattuta da mesi, almeno da quando – a gennaio – la milizia qaedista operante soprattutto nella Somalia meridionale ha oltrepassato il confine (non era la prima volta) nella zona di Manda, attaccando una base keniota in cui si trovano anche statunitensi. Nell’attentato sono morti tre americani, due contractor e un soldato, e da quel momento il Pentagono e l’intelligence hanno iniziato a spingere perché si ampliasse il raggio delle operazioni. Quanto meno quello dei raid aerei contro l’organizzazione jihadista.

Negli Stati Uniti esistono due interpretazioni sugli Shabab: c’è chi crede che siano una minaccia locale, e dunque meglio andarsene dal Paese – dove le unità americane conducono missioni di counter-terrorism e di addestramento del Forze armate somale – per non essere esposti agli attacchi; c’è chi crede che, forti di migliaia di proseliti non solo in Somalia, gli Shabab possano diventare una sorta di stato islamico africano, espandersi nel territorio sensibile del Corno d’Africa, e farlo a maggior ragione se le US Force lasceranno il Paese. Questa seconda interpretazione è condivisa anche dall’intelligence italiana.

Il punto è evidente: estendere adesso le operazioni al Kenya, magari sfruttando proprio l’avamposto di Manda, significa aumentare il profilo del conflitto contro gli Shabab. Ossia, fare l’opposto di quello che l’amministrazione Trump si è fissata di fare prima del 20 gennaio (quando il presidente dovrà lasciare lo Studio Ovale): la guerra contro il jihadismo somala dura da decenni, è uno dei conflitti che si combattono lontano da Washington, una “endless war” come le chiama Donald Trump, poco proficua in termini di ritorno.

Un rafforzamento in questo momento è improbabile; una riduzione del personale potrebbe mettere il presidente eletto Joe Biden nella posizione di scegliere successivamente il da farsi (col peso di decidere lui per quel rafforzamento). Più possibile che gli Usa chiedano semplicemente a Nairobi il diritto di estendere il raggio di azione al Kenya dei droni d’attacco che decollano da Camp Lemmonier, a Gibuti. C’è la questione interna, dove le interpretazioni statunitensi sugli Shabab sono cavalcate dalle varie posizioni politiche, ma è possibile che Pentagono e Cia trovino modo di muoversi in modo indipendente in situazioni puntuali.

Le attività sono monitorate da AfriCom, che ha sede a Stoccarda e che dovrebbe subire un rimodernamento al ribasso: l’impressione è che questa volontà trumpiana (esercitata anche come sgarro alla Germania) potrebbe cambiare senso con l’amministrazione Biden. L’attenzione che in questi giorni gli apparati dedicano – sia in forma diretta, sia attraverso fonti anonime – al dossier africano potrebbe essere una conferma di quell’impressione.

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