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Un giovane dall’aspetto gradevole, ben curato, entra nell’androne di un condominio, ai piedi delle scale e dell’ascensore. Controlla le cassette della posta con attenzione. Sembra un postino o un tecnico della luce o del gas. Quando individua una cassetta piena di corrispondenza, la osserva, e vede a quale appartamento corrisponde. Poi si dirige al piano. Forza delicatamente la serratura, ed entra. Lo spettatore ci mette un po’ per capire che il bel giovanotto sta facendo qualcosa di strano. Osserva attentamente la casa, la cucina e inizia a viverci senza sporcare e rimettendo tutto a posto quando usa oggetti o utensili. Solo dopo, lo spettatore capisce che il giovane è in effetti un senza fissa dimora. Vive cambiando appartamenti che al momento sono senza il proprio proprietario in viaggio o fuori per lavoro o per malattia. Dopo alcuni lunghi minuti ecco che il regista inquadra, a sorpresa, in questo appartamento che l’ospite e lo spettatore credevano vuoto, una ragazza seduta in un angolo, che lo osserva. Sembra in una situazione di atonia. Questo l’incipit (che cito a memoria) di Ferro 3 (Bin-jip 3 , 2004), Leone d’argento e premio speciale per la giuria, con cui il largo pubblico italiano conobbe l’originale cinema del sudcoreano Kim Ki-duk . Il film vene letto come un capolavoro sul dolore non espresso della solitudine che permea anche le società più tecnologizzate e opulente dell’Oriente.

UN REGISTA DAL RESPIRO FILOSOFICO

Pur non avendo alle spalle studi classici e collezionando esperienze lavorative diverse come operaio Kim Ki-duk arriva al cinema attraverso la passione per la pittura, la fotografia e per le riprese con la videocamera. Si afferma presso la critica con il violento L’isola (2000) presentato e premiato a Venezia, che si fece apprezzare per lo spessore nel trattare, in maniera nuova, all’interno della cultura asiatica, temi esistenziali prettamente occidentali e novecenteschi, quali l’incomunicabilità. Un racconto nel quale il messaggio sull’autoannientamento del corpo umano (la protagonista cerca la morte ferendosi duramente nelle parti intime con ami da pesca) fu rigettato da parte della platea presente in sala a Venezia. Meno violento e più lirico Bom, yeoreum, gyaeul, guerigo, bom (Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, 2003) in cui Un monaco istruisce un allievo bambino facendogli capire come non si debbano torturare gli animali (il piccolo ha torturato un pesce, una rana e un serpente), come anche, parallelamente, non bisogna infliggere pene agli uomini. Infatti, quando facciamo del male a qualcuno lo segniamo per tutta la vita. Le stagioni passano, la vita è un ciclo, tutto torna con qualche variante; siamo tra Budda e Vico. Kim Ki-duk usa l’obiettivo come un pennello, sa muoversi adagio o tenere la camera ferma senza che lo spettatore si annoi: anima il profilmico con micro-azioni sempre inattese. È come se avesse fuso la rapidità orientale di Akira Kurosawa con la giusta lentezza inizio terzo millennio di Clint Eastwood.

ALTRI CAPOLAVORI

Nella sua carriera, Kim Ki-duk, realizzerà film di notevole livello come Hwal (L’arco, 2005) e il bel documentario Arirang (2011). Con Pietà (2012), film apprezzabile ma sopravvalutato, vince il Leone d’oro a Venezia. Di nuovo torna la violenza che però è contestualizzata, trattandosi di tragedie personali e umane condizionate dalla mafia di una grande metropoli asiatica (Seul). Avremmo visto un premio internazionale al bel Il prigioniero coreano (2018), sul caso di un pescatore che sconfinando finisce dalla Corea del Nord in quella del Sud. Viene preso per una spia dalla democratica polizia della Corea del Sud e quando rientra nella sua patria, anche lì a sua volta viene considerato una spia al servizio della Corea capitalista. Nessuno vuol credere che egli è un uomo normale che pescando ha sconfinato. Traboccanti di un realismo decadente le sequenze in cui il protagonista, stordito dalle luci e della opulenta e sconosciuta, ai suoi occhi, Seul, deambula per le vie e i vicoli della città.

UN RICORDO

Kim Ki-duk, ci lascia a 60 anni, improvvisamente. Una morte inattesa. Come i finali imprevedibili dei suoi film. Pare che sia stato colpito dal Covid-19. Il mondo del cinema e degli amanti del cinema di riflessione, piangono un regista innovativo, colpito nel pieno della sua attività artistica. Ebbi l’occasione di fargli un paio di domande, in un momento di pausa, nel 2006, al Quirinale, quando ricevette il premio Vittorio De Sica, come regista straniero. Era ben disposto. Per quanto fossimo in un corridoio dove tutti passavano. Non potemmo parlare in inglese e preferì rispondere in coreano, con accanto un’interprete. Una delle domande riguardava l’inizio della sua carriera. Replicò, con cortese pazienza: “Quando frequentavo le scuole superiori mi piaceva fare delle riprese. Osservavo la natura. Da lì ebbe origine il mio interesse per il cinema. Non si ha bisogno di scuole di cinema se hai qualcosa da raccontare”. Poi arrivarono altri ospiti e colleghi, aumentò il brusio, che egli non amava, chi scattava foto, chi lo chiamava. Capii che si stava leggermente innervosendo. Non si poteva più parlare. Ringraziai lui e l’interprete, con un accenno di inchino. Ci salutammo con un sorriso.

Kim Ki-duk muore d'inverno. Le stagioni del suo cinema secondo Ciccotti

È venuto a mancare improvvisamente, per Covid-19, Kim-Ki-duk, il noto regista sudcoreano conosciuto in tutto il mondo per film quali L’isola (2000), Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003), Ferro3 (2004), Pietà (2021), Il prigioniero coreano (2016). Un regista dallo stile innovativo, a metà strada tra Akira Kurosawa e Clint Eastwood. Un ricordo personale di Eusebio Ciccotti

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