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La visita in Vaticano del segretario di Stato americano Mike Pompeo, in programma martedì, è un crocevia tra trame di storia globale e ordinarie schermaglie elettorali. Nonostante le anticipazioni dei giorni scorsi, Pompeo non vedrà papa Francesco: il pontefice non riceve autorità politiche durante campagne elettorali nei Paesi di appartenenza, avrebbe precisato la diplomazia vaticana.

Ma ad accendere comunque i riflettori sui temi che monopolizzeranno la tappa nei Sacri Palazzi ci ha pensato lo stesso Pompeo. Su First Things, mensile del conservatorismo cristiano di oltreoceano, il segretario di Stato ha scritto alcune righe sull’imminente scadenza dell’accordo del settembre di due anni fa che ha, di fatto, gettato le basi per il mutuo riconoscimento tra Santa Sede e Cina, che ha al suo centro la delicata questione della nomina dei vescovi.

L’appello, rilanciato dallo stesso Pompeo su Twitter, è chiaro: papa Francesco, se vuol mantenere intatta l’autorità morale della Chiesa cattolica, deve disconoscere tale accordo e unirsi agli Stati Uniti nella difesa della libertà religiosa in tutto il mondo.

Proprio la libertà religiosa sarà oggetto di un convegno a cui prenderanno parte Pompeo, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e l’arcivescovo inglese Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Stesso argomento di un anno fa, stessa sala di un anno fa, quando Pompeo invitò la Santa Sede a ricucire lo strappo atlantico e rinnovare l’alleanza che Giovanni Paolo II e il presidente Ronald Reagan, negli anni Ottanta, avevano costituito per sconfiggere “l’impero del male” dell’Unione sovietica e del comunismo, combinando l’autorità morale della Chiesa e il luminoso esempio degli Stati Uniti.

Le più recenti affermazioni del segretario di Stato, dunque, non arrivano a sorpresa, ma testimoniano pulsioni e tensioni sotterranee che la prossima scadenza elettorale sta riportando in superficie. Ciò soprattutto a causa delle proiezioni che molti istituti demoscopici statunitensi fanno sulla (scarsa) propensione dei cattolici – e degli evangelici – a votare nuovamente Donald Trump a novembre. Anche per questo, lo scontro con il nuovo “impero del male” – Trump ha spesso inserito Pechino nella lista dei “very bad“, di quelli “molto cattivi” – spinge gli Stati Uniti a ricercare una convergenza strategica con l’altro impero mondiale, quello petrino. Questione di prestigio e di immagine.

TRUMP E LA LIBERTÀ RELIGIOSA

Un anno fa, Donald Trump fu il primo presidente degli Stati Uniti a presiedere un incontro sulla libertà religiosa alle Nazioni Unite. Visto il luogo, il tema ebbe una declinazione perlopiù internazionale. Ma la salvaguardia della libertà religiosa e la difesa del primo emendamento della costituzione americana, che garantisce la libertà di culto dei suoi cittadini, è ben presto diventato uno strumento di politica interna dell’amministrazione Trump e un cavallo di battaglia della lobby religiosa che ne innerva i gangli vitali. Dai born-again evangelici come il vicepresidente Mike Pence ai cattolici di destra guidati, appunto, da Pompeo (che nel fine settimana hanno visto Trump designare una loro paladina, la giudice ultraconservatrice Amy Coney Barrett, alla Corte Suprema).

A meno di due mesi dal voto, sondaggi e previsioni dimostrano come il sostegno dei cattolici per il presidente stia scemando. In una proiezione di Vote Common Good, organizzazione no profit di stampo liberal, è evidente lo spostamento piuttosto significativo da Trump a Joe Biden nel voto di evangelici e cattolici, in particolare in cinque Stati che saranno decisivi a novembre: Florida, Michigan, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin.

Non una novità: il calo di consensi per l’amministrazione Trump tra questi elettori – i cosiddetti faith-based voter – va avanti da mesi. A marzo e ad aprile, in un sondaggio del Public Religion Research Institute (Prri), il saldo negativo interessava evangelici (-11%), cattolici (-12%) e protestanti (-18%).

Anche per questo, Trump ha spesso impugnato la difesa della libertà religiosa come utile strumento per riavvicinare i cattolici delusi, decisivi per la sua rielezione. A gennaio, con la Religious Freedom Initiative, il presidente ha preso le parti del conservatorismo cristiano sull’obbligo per le scuole del Paese di garantire il diritto di preghiera in classe agli studenti. Qualche mese dopo, nel vivo dell’emergenza globale da coronavirus, Trump ha richiesto pubblicamente a tutti i governatori di riaprire le chiese e i luoghi di preghiera, definendoli come “servizi essenziali” per la popolazione e in nome, ovviamente, della libertà religiosa.

Almeno entro i confini statunitensi, garantire tale diritto ha quindi permesso a Trump di rinvigorire il proprio rapporto con l’elettorato cattolico più conservatore, che si percepisce braccato e sotto attacco, afflitto da un complesso di Masada e costantemente minacciato dal liberalismo secolarizzante che ne erode lo spazio vitale. Condizione insopportabile per il cattolicesimo americano, sostrato della religione civile della superpotenza, che al contrario si sente investito della missione che Dio le ha affidato in quanto nazione puramente cristiana per la redenzione del genere umano tutto. Cina compresa.

IMPERI CONTRO

Il mito della città sulla collina, elevata ed altra rispetto al resto del mondo, dà forma e sostanza all’ethos americano e alla sua proiezione sul pianeta. La vocazione universale degli Stati Uniti di faro della democrazia non può non investire anche il popolo cinese, che nell’articolo firmato da Pompeo è assoluto protagonista. C’è il popolo, e c’è il regime: due entità distinte, con il primo che merita di essere separato dal secondo. Una missione propriamente cristiana, che porta Washington a dover distinguere il grano dal loglio, come nel racconto dell’evangelista Matteo. Una strategia che mira a colpire il governo di Xi Jinping e che si configura come fase preparatoria ad un vero e proprio regime change.

L’invito a papa Francesco, quindi, va anche in questa direzione. Il rinnovo dell’accordo provvisorio garantirebbe a Pechino una certa copertura morale, spendibile in giro per il mondo. Un ulteriore affondo, che darebbe ancor più lustro alla Cina a discapito degli Stati Uniti, il cui brand globale si è offuscato negli ultimi mesi a causa della questione razziale e della complicata gestione della pandemia. Come ogni altra risorsa, la reputazione è una risorsa scarsa: un accumulo da parte di alcuni equivale alla privazione di altri. Gli Stati Uniti, per questo, vogliono invertire l’equazione, riportando la Chiesa cattolica dal lato giusto della storia.

Bergoglio, da parte sua, non ama il gioco delle alleanze. Impegnato nella fuoriuscita della Chiesa da Roma e a spezzare il legame organico tra cultura, politica e religione, il papa continuerà nella sua diplomazia del dialogo e della missione. All’orizzonte, dunque, nessuna riedizione dell’entente cordiale tra Reagan e Giovanni Paolo II. Con buona pace di Mike Pompeo.

(Articolo pubblicato su Affarinternazionali)

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