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Il risorgimento lo fecero i carbonari, cioè i massoni, che la plasmarono con la loro cultura. Quindi, dopo la fine dello Stato pontificio nel 1870, la Chiesa si impegnò in Italia e in tutta Europa a promuovere una cultura cristiano sociale, che sfociò nel partito popolare e nel cinquantennio di governo della Democrazia Cristiana.

Su ispirazione di Gramsci, il Pci vide la forza dominante del clima intellettuale e si impegnò a conquistare l’egemonia culturale in Italia. Berlusconi e il Psi cercarono di attaccare sia l’eredità cattolica che quella comunista con un misto di scienza ridanciana e impegno liberale. Il ridanciano attecchì, l’impegno liberale molto meno, anche perché a differenza del profluvio di “vento in poppe” fu perseguito con decisione molto minore.

Dopodiché, la caduta del blocco sovietico e la violenza del terrorismo rosso lasciò la sinistra in una emiparesi mentale. La Chiesa si rivolse al mondo, si distrasse dall’Italia e per un paio di decenni almeno nessuno ha pensato più all’impegno culturale profondo.

Il paradosso è che oggi la nuova destra, al controllo di quasi tutte le leve del potere, si lamenta della cultura di sinistra che le impedisce di governare. Poi però non fa né vuole fare, come i suoi predecessori fecero, scuole di pensiero suo. La stessa cosa fa la sinistra che si muove seguendo il vento delle mode – il sesso arcobaleno, poi la Palestina libera, poi libero e bello, poi il papa di sinistra, e poi e poi e poi, come la canzonetta dei tempi andati.

Entrambi, a destra e sinistra, non sanno cosa pensare. La sinistra ha un problema radicale. Difficilissimo definire cosa sia di sinistra quando non ci sono le risorse materiali o mentali per sostenere lo stato sociale. Quindi al di là di grida qualunquemente cetto-peroniste “aboliamo la povertà” o “un posto gratis per tutti” o “il 110% qualunquemente di qualsiasi cosa” , non sa dove andare. Né è interessata a cercare.

La destra in teoria sarebbe messa meglio. Il vento ideale internazionale spira in suo favore. Ma qui ci sono varie anime tra cui scegliere o tentare di riconciliare. A spanne c’è da un lato il neoconservatorismo autoritario finito con la prima guerra mondiale poi riaffiorato nell’ultimo decennio; e c’è la profonda anima liberale che ha sostenuto il cambiamento globale degli ultimi tre secoli.

La Russia di Vladimir Putin ha scelto il neoconservatorismo autoritario; l’Europa e tanti Paesi del grande Occidente si sono schierati con il liberalismo; l’America di Donald Trump finora tiene in equilibrio precario le due anime grazie alla personalità effervescente del presidente.
Il governo italiano sembra non porsi il problema. Le “facilonerie” di Trump sono sorrette da anni di studi serissimi, per quanto controversi. Per esempio, la Heritage Foundation ha pubblicato un progetto proprio per questa presidenza americana. Elaborazioni altrettanto serie ci sono nel resto del mondo occidentale.

In nessuno dei tre partiti della coalizione di destra c’è uno sforzo simile. Non si è creato un centro studi, non c’è stato un dibattito culturale, o si è deciso di fare delle pubblicazioni teoriche. Il motivo ufficiale è che “ci vuole troppo tempo, dobbiamo vincere le prossime elezioni”. Ma il governo fra poco finisce il suo terzo anno di potere, vissuto tutto però di giorno in giorno.

Però, senza progetti culturali a destra o sinistra arrancano anche nell’azione del giorno per giorno. Prendiamo la divisiva riforma sulla giustizia. Lo scopo, per dirla tutta, è quella di mettere i giudici sotto controllo e togliere loro il potere di intervento politico degli ultimi decenni. Il metodo scelto è stato della separazione delle carriere.

Il punto non è se lo scopo sia giusto o meno. Il punto è: ammesso che lo scopo sia giusto questo metodo lo raggiungerà? Due problemi concreti nel merito. Un Csm solo per i procuratori chiude la categoria in maniera più rigida e la libera dai limiti posti da un Csm con giudici giudicanti e membri laici.

Questo moltiplica il problema di fondo. In Italia quasi nessuno è condannato in maniera definitiva. Ma la citazione in giudizio, amplificata attraverso il megafono dei giornali, è il vero metodo di linciaggio politico. Oggi nessuno si aspetta che un politico venga condannato e finisca davvero in carcere a scontare lunghe pene detentive.

Lo scopo è raggiunto con una convocazione dal giudice, una umiliazione pubblica che fa passare il messaggio: anche lui è sporco. Il fine è raggiunto.

Così la riforma della giustizia proposta dal governo potrebbe inaugurare una nuova stagione di strapotere dei procuratori.

Forse (forse) bisognerebbe pensare non a riforme usa e getta, ma a progetti di lungo termine, di cosa vuole essere l’Italia. Con una rotta tracciata certo c’è comunque il rischio del naufragio. Ma senza rotta il naufragio è certo.

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