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La chiusura del consolato americano a Chengdu annunciata dal ministero degli Esteri cinese è la risposta simmetrica alla chiusura del consolato cinese a Houston. Insieme segnano un innalzamento dello scontro diplomatico fra Stati Uniti e Cina. La reciproca chiusura di uffici consolari non è una misura anomala – è avvenuto nel 2018 fra Stati Uniti e Russia – ma va ben oltre il livello delle precedenti misure intercorse fra Washington e Pechino, quali l’espulsione di personale diplomatico e di giornalisti o delle sanzioni commerciali mirate.

Non è stata (ancora) varcata alcuna linea rossa. L’impressione è che la Cina vorrebbe fermarsi qui; con la chiusura di Chengdu ha pareggiato i conti. Non è detto che la Casa Bianca sia dello stesso avviso. La lunga trafila di dazi, sanzioni per la violazione dei diritti umani, visti revocati cui abbiamo assistito in questi mesi suggerisce una continua escalation da parte di Washington. Non vi sono estranee motivazioni elettorali. Non è chiaro se sia sorretta da una strategia né, pertanto, se finirà qui.

Un segnale eloquente è da rintracciare nel duro discorso del segretario di Stato americano Mike Pompeo pronunciato dalla Nixon Library, in California. Senza spingersi, come è successo con l’Iran, ad auspicare un vero e proprio regime change, il capo della diplomazia Usa ha rivolto a Pechino una severa invettiva contro il Partito comunista cinese (Pcc), lo spionaggio economico, la concorrenza sleale, le aggressioni cibernetiche.

Pompeo si è spinto a definire ad accusare Pechino di puntare ad “un’egemonia marxista” contro il “mondo libero”. A mio personale avviso, una conclusione debole sul versante ideologico. Immagino che Karl Marx si rivolti nella tomba di fronte all’interpretazione che la Cina ha dato dell’ideologia comunista.

La domanda di fondo non cambia. Siamo in una nuova Guerra Fredda? Forse, ma non ha i connotati ideologici di quella fra Usa e Urss. A differenza dell’Unione sovietica, la Cina non mette in discussione il modello capitalista sul piano globale.

Semmai lo sfrutta a proprio vantaggio. Adotta un sistema di potere autoritario e centralizzato all’interno, ma non cerca di esportarlo (sebbene trovi senza difficoltà compagni di viaggio in leader, anche in Occidente, che invidiano il modello autocratico cinese). Certo non perde occasione di vantare che il proprio sistema funziona meglio delle democrazie occidentali; persino Covid – su cui Pechino non è certo esente da responsabilità di occultamento iniziale e disinformazione successiva – gliene ha dato pretesto.

Quella fra Stati Uniti e Cina è piuttosto una classica sfida di egemonia del potere su scala mondiale. Un elemento però legittima in parte l’accostamento storico. Oggi come allora, lo scontro fra le due superpotenze si gioca su più fronti, alcuni dei quali travalicano l’ambito dei rapporti bilaterali.

Quello forse più importante è la competizione scientifico-tecnologica, in campi avanzati come lo spazio e l’intelligenza artificiale, che è il vero campo di battaglia del XXI secolo. Lo spionaggio industriale diventa quindi un’arma formidabile.  Di qui discendono i moniti americani sulla partecipazione di Huawei alla rete 5G, su cui gli alleati europei saranno presto chiamati a prendere una decisione netta, Italia inclusa.

Il livello raggiunto dall’escalation fra Washington e Pechino dovrebbe ormai fugare ogni dubbio: la neutralità non è più un’opzione. Parliamo della prima e della seconda potenza mondiale. L’Italia ha, e continuerà ad avere, rapporti bilaterali importanti con entrambi ma è alleata di uno solo: degli Stati Uniti. E comunque sono relazioni incommensurabili per spessore, ampiezza e radici culturali. Il pressing degli americani sulla proprietà intellettuale, le acquisizioni cinesi nelle infrastrutture critiche, la sicurezza industriale fa pertanto suonare un campanello d’allarme. Sono preoccupazioni da prendere sul serio – nel nostro interesse.

Anche senza il controcanto americano, l’Italia dovrebbe pensare con la propria testa a quello che sta succedendo in Cina. Con le violazioni dei diritti umani in Xinjiang e col pugno di ferro a Hong Kong, accantonando di fatto il principio “Un Paese, due sistemi” su cui poggiava dal 1997 il rapporto fra Pechino e l’isola, il regime cinese ha di fatto “gettato la maschera”. Il silenzio dell’Italia su questi temi è stato assordante.

È ovviamente comprensibile che il nostro Paese voglia cercare un equilibrio costruttivo e salvaguardare i rapporti economici, commerciali, culturali con la seconda potenza al mondo. Cercarlo da soli, però, comporta il rischio di rimanere stritolati nella morsa sino-americana. Il Regno Unito ci ha provato sulla rete 5G; credeva di aver raggiunto un compromesso accettabile; ha dovuto fare un passo indietro. Londra dirà che è una scelta strategica. Senz’altro lo è. Ma quanto agevolata dalle pressioni americane?

Per una potenza media come l’Italia l’unica via d’uscita è di non confrontarsi con Pechino da sola e di avere un dialogo serio sulla Cina con Washington. A questo servono l’Ue e la Nato. L’Ue può discutere da pari a pari con Washington e con Pechino sulle partite economico-commerciali. Ma la partita cinese ha anche una dimensione strategica e di sicurezza che può essere affrontata solo a livello atlantico. Dove c’è anche il vantaggio di sedersi al tavolo con americani – e con gli altri alleati occidentali non Ue come britannici, canadesi, turchi. La nostra politica verso la Cina comincia a Bruxelles, sul tavolo europeo e su quello atlantico.

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