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Due fregate della Flotta del Mar Nero stanno scendendo verso la Siria. È un effetto diretto del nuovo, acceso scontro tra Turchia e Russia attorno alla crisi di Idlib — l’ultimo territorio siriano rimasto in mano all’opposizione difesa dai turchi, che il regime sta cercando di riconquistare col sostegno dei russi. Ieri il presidente Vladimir Putin ha inviato un avviso ad Ankara: rischiamo di farci male è il senso del messaggio all’alleato Recep Tayyp Erdogan.

I due hanno condiviso per anni una linea comune da fronti opposti su vari dossier. In cima alla lista c’è la Siria, ma tra questi c’è anche la Libia. Il confronto è stato soltanto apparente finora, ma qualcosa potrebbe cambiare con Idlib. Erdogan ha davanti a sé una situazione delicata per la sua tenuta interna. La campagna di riconquista del regime è spietata, si dirige contro obiettivi civili per svuotare l’area, e ha già portato i suoi effetti dislocando circa un milione di profughi sul confine turco-siriano. La linea di separazione tra i due Paesi è chiusa, perché alla Turchia nove anni di guerra siriana sono già costati 3,5 milioni di immigrati. È impensabile per la gran parte dell’elettorato turco riaprire le frontiere a quell’altro nuovo milione che fugge da Idlib (dove ci sono circa 4 milioni di persone di cui la maggior parte non intende tornare a vivere sotto il regime).

Erdogan di fatto non sa come gestire la situazione, è sotto pressione interna e sotto stress dall’esterno — con le organizzazioni internazionali che denunciano la situazione come “la più grossa crisi umanitaria del 21esimo secolo”, e i gruppi alleati di Idlib che sono nervosissimi. Ankara ha in mente di aprire per 72 ore il confine con la Siria e lasciare defluire i migranti verso la Grecia, e dunque in Europa. Ossia, per assorbire l’escalation migratoria riattiverebbe la cosiddetta “rotta balcanica” che si è impegnata a tenere monitorata — leggasi chiusa — secondo un accordo ben pagato con l’Ue.

La questione è di carattere internazionale come tutto quello che succede in Siria nell’ultimo decennio. Ieri sera un attacco aereo ha ucciso almeno 33 militari regolari  turchi, che erano a Idlib per dar sostegno ai gruppi ribelli organizzati che stanno provando a fermare l’avanzata del regime. Non c’è un numero definitivo di quanti soldati Ankara abbia inviato in Siria, ma sono molti con altrettanti mezzi. L’idea di Erdogan è sempre stata di creare nel nord del Paese dei protettorati in cui riversare i profughi finora ospitati. Un piano di ingegneria etnica che sarebbe servito anche a sostituire da quelle aree i nemici curdi. L’offensiva del regime assadista non solo impedisce la realizzazione del piano (che Erdogan aveva anche presentato all’Onu e che aveva avuto un avallo indiretto dagli Stati Uniti quando mollarono i curdi), ma ne inverte gli intenti: anziché scaricare vecchi profughi, la Turchia sembra costretta a riceverne di nuovi.

In risposta al bombardamento di ieri — non è il primo in queste settimane, ma è il più grosso per numero di vittime — Ankara ha scaricato tutta la sua frustrazione contro il regime. Duecento postazioni dell’esercito siriano sono finite sotto la rappresaglia turca. Damasco — che in questa campagna finale si sente molto più leggera perché ha già ripreso tutte le zone che contano del Paese sotto controllo — subisce il gioco delle parti. La zona dove è avvenuto l’attacco mortale contro i turchi è bombardata esclusivamente dai russi, tanto che quegli stessi soldati di Erdogan stanno usando Manpads per cercare di abbattere gli aerei e dalla Difesa russa ruggiscono da giorni. Ma per ora Ankara non ha interesse ad andare apertamente contro Mosca. Nella serata di ieri era uscita una notizia sulla responsabilità russa che il governo turco ha subito rettificato d ritrattato. Anzi, i contatti col Cremlino sono continui, tanto che l’altro ieri Putin ha fatto gli auguri di buon compleanno a Erdogan come se non stesse succedendo niente, e il pattugliamento congiunto del kurdistan siriano è ripreso. È un modo per accontentare Erdogan, ma nel frattempo dal campo arrivavano informazioni sulle forze speciali turche che stanno guidando le attività dei ribelli e hanno reso il fronte nord, quello che interessa al presidente turco per i suoi piani, saturo di sistemi anti-aerei.

Turchia e Russia condividono un piano più grande e profondo per sostituirsi all’Occidente americano in Medio Oriente, che teoricamente non dovrebbe trovare intralci in scontri locali. Ma come Putin vuole assecondare il regime per non perdere il valore della sua scommessa siriana, Erdogan non ha intenzione di mettere a rischio la sua tenuta interna. Ieri la Turchia ha chiesto aiuto alla Nato secondo l’articolo 4 del Trattato, che recita “le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata“. Oggi si terrà un meeting di emergenza a Bruxelles. Ankara, agganciata dalla Russia, negli ultimi anni ha tenuto spesso un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’alleanza e degli Stati Uniti, ma adesso che la partnership con Mosca scricchiola e che la Casa Bianca trumpiana gli ha assicurato la propria vicinanza, Erdogan potrebbe anche cambiare linea.

 

 

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